LA DIFFERENZA TRA IL CONOSCERE ED IL SAPERE

exhibiting one's skills to the world is not a martial art

Senshi no rekishi


 

"Dai ragazzi di Via Sant’Antonino ad una rigida educazione militare durata più di vent'anni. Sono cresciuto con i fondamentali educazionali di "guerra". Quanto è riportato nello "Hagakure" m'appare distante, probabilmente risibile. Ritengo in assoluta buonafede che "Il libro dei 5 anelli" (五輪書 Go rin no sho ), scritto da Miyamoto Musashi (宮本武蔵 ) nel 1645, contrariamente all'elaborato "Hagakure" (Yamamoto Tsunetomo 葉隠聞書 Hagakure kikigaki, lett. "Annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie", sia stato realizzato da un uomo che ha conosciuto il "conflitto"; un uomo di guerra. I concetti trascritti all'interno evidenziano il pensiero di chi ha vissuto in virtù di questo Credo che, per quanto mi riguarda, non  sia possibile indicarne finalità, etica e morale. Contrariamente l'autore dello Hagakure, Yamamoto Tsunetomo che fu al servizio del daimyō Nabeshima Mitsushige (1632-1700) del feudo di Saga in un'epoca di pace e di inizio della decadenza dei samurai è stato senz'altro esclusivamente un uomo di pace o per meglio scrivere non ha conosciuto lo "scontro". Quando il daimyo morì, Yamamoto divenne monaco buddhista della setta Zen Sōtō e si ritirò in monastero dove compose, in circa sette anni, ed aiutato dall'allievo Tashiro Tsuramoto, lo Hagakure, l'opera sullo spirito e il codice di condotta del samurai. Non confondete lo spirito di questi due uomini. Non appropriatevi di concetti che non v’appartengono. Vi leverebbero la maschera prima ancora d'aver terminato di dialogare!"

(Michele Zannolfi Maestro Fondatore 1957)

Takayama Ukon

 Il KHS indica una disciplina che si fonda su presupposti spirituali più che tecnici


Sommario




ERUDIAR ET ERUDIETUR


Takayama Ukon (高山右近), noto anche come Dom Justo Takayama (o Iustus Takayama Ukon o Hikogoro Shigetomo) (Prefettura di Nara, 1552 – Manila, 4 febbraio 1615), è stato un daimyō e samurai giapponese durante l'Epoca Sengoku, beatificato il 7 febbraio 2017 sotto il pontificato di papa Francesco. usto Takayama Ukon, detto il "samurai di Cristo", nacque presso Nara da una famiglia cattolica appartenente all'aristocrazia feudale giapponese. Dopo aver intrapreso inizialmente la carriera militare si dedicò in seguito alla diffusione del Vangelo, sopportando le persecuzioni dovute alla sua fede. Nel 1614, anno in cui fu bandito dal Giappone il cristianesimo, fu esiliato nelle Filippine insieme ad altri trecento cattolici. Provato dalle privazioni affrontate durante le persecuzioni, colto da febbri violente morì a Manila nella notte tra il 3 e il 4 febbraio dello stesso anno. Il 21 gennaio 2016 fu emanato il decreto con cui veniva riconosciuta l'eroicità delle virtù di Justo. La cerimonia di beatificazione, presieduta dal cardinale Angelo Amato in rappresentanza di Papa Francesco, si è svolta nella cattedrale di Osaka il 7 febbraio 2017. Pur non avendo subito una morte violenta, il beato è considerato martire in quanto la sua fine è legata ai maltrattamenti subiti a causa della fede. Sulla sua figura è uscito nel 2016 un documentario intitolato Ukon il samurai, diretto da Lia Giovanazzi Beltrami. Feudatario giapponese, battezzato a 11 anni con il nome di Justo. Grande protettore dei missionari, fu spesso il loro avvocato difensore presso i due capi militari del Giappone del sec. XVI, Oda Nobunaga e Toyotomi Hideyoshi. Caduto in disgrazia, fu esiliato dapprima a Kaga (sulla costa del Mar del Giappone) e nel 1614, anno in cui fu emesso l'editto di espulsione di tutti i missionari e dei più importanti dignitari convertiti al cristianesimo, a Manila dove morì pochi mesi dopo il suo arrivo. Figlio di un nobile convertito Takayama Ukon (secondo l’uso giapponese, il cognome va prima del nome), noto anche come Hikogoro Shigetomo, nacque nel castello di Takayama, nei pressi di Nara. Suo padre, Takayama Zusho (o Takayama Tomoteru), apparteneva alla nobiltà militare che all’epoca era spesso coinvolta nella varie guerre tra daimyō o signori feudali: infatti, dal 1538 in poi, militò come samurai al servizio del nobile Matsunaga Hisashide e divenne comandante del castello di Sawa. In quel frangente, nel 1563, Zusho fu anche uno dei giudici incaricati di esaminare l’operato del gesuita padre Gaspar Vilela, che quattro anni addietro aveva fondato la prima missione cattolica a Kyoto, sede dell’imperatore. Il sacerdote rispose con tale fermezza alle accuse che venivano rivolte a lui e al catechista Lorenzo, suo fedele collaboratore, che il samurai rimase convinto che avesse ragione: riconobbe la serietà della dottrina cristiana e volle viverla in prima persona, ricevendo il Battesimo e cambiando nome in Dario. Tanto fece e tanto disse che anche gli altri due giudici fecero lo stesso. Non solo: quando tornò al castello di Sawa, invitò il catechista Lorenzo a presentare la sua fede ai familiari. Nel 1563 furono quindi battezzati, oltre a molti soldati, la moglie del samurai e i loro sei figli; Ukon, che era il maggiore, ebbe il nome cristiano di Giusto. A causa delle lotte militari tra i vari daimyō, anche i Takayama subirono un colpo notevole: dovettero abbandonare Sawa a causa dei nemici del nobile presso cui prestava servizio. Dario, quindi, si associò all’amico Wada Koremasa e al suo esercito. Con lui si mise all’opera perché i missionari cattolici potessero ritornare a Kyoto: il signore del luogo, Oda Nobunaga, acconsentì e protesse in seguito la piccola comunità cristiana. Un duello che segna la vita Quanto a Giusto, era ormai dell’età adatta per prendere le armi: nel 1571, ad esempio, partecipò a una battaglia vittoriosa e rilevante. Tuttavia, alla morte di Wada Koremasa, si sviluppò un contrasto col figlio di lui, Korenaga: i figli dei due amici dovettero scontrarsi in duello. Giusto vinse, uccidendo l’avversario, ma lui stesso rimase ferito gravemente. Rimase a lungo tra la vita e la morte e, mentre si riprendeva, riconobbe di essersi curato poco della fede che gli era stata insegnata. Due anni dopo, come ricompensa per i loro servigi, i Takayama ricevettero il feudo di Takatsuki, al cui comando passò Giusto perché il padre era ormai anziano. Venne per lui anche il tempo di formarsi una famiglia: nel 1574 sposò una cristiana, Giusta, dalla quale ebbe di certo tre figli maschi, due dei quali morti poco dopo la nascita, e una figlia. Sotto la sua guida, Takatsuki divenne un importante centro di attività missionaria, dove i catecumeni potevano riunirsi in locali adatti e ricevere regolarmente l’istruzione catechistica da parte di sacerdoti e religiosi. Lui stesso approfondiva i contenuti del Vangelo e, ben presto, venne ritenuto esemplare dagli altri fratelli nella fede. Una resa per non spargere sangue Tuttavia, le questioni di guerra non erano ancora concluse. Nel 1578 il daimyō Araki Murashige si ribellò apertamente contro Oda Nobunaga e prese in pegno la sorella e il figlio di Giusto, il quale si trovò preso dai dubbi: sapeva che suo padre voleva restare fedele all’impegno con il nobile, ma intanto il rivale di lui si era accampato di fronte al castello di Takatsuki, domandandone la resa e minacciando di mettere in pericolo i credenti cristiani. Pregò a lungo, poi prese la sua decisione: restituì i diritti feudali al padre e si consegnò inerme. Oda apprezzò il suo gesto e lo confermò come signore del luogo, ma esiliò Dario nella provincia settentrionale di Echizen (oggi prefettura di Fukui). Proprio per questo, l’anziano contribuì a diffondere il cristianesimo anche in quelle zone del Giappone. Alle dipendenze degli shogun, portatore del Vangelo Giusto, intanto, aveva fatto carriera alle dipendenze di Oda Nobunaga, diventando uno dei suoi primi generali. Proseguì anche nell’aiuto ai cristiani: ottenne la costruzione della prima chiesa di Kyoto (oggi non più esistente) e di un altro edificio sacro, insieme a un seminario, ad Azuchi, sul lago Biwa. Anche a Takatsuki il numero dei credenti aumentava di anno in anno. Quando Oda Nobunaga fu assassinato da Akechi Mitsuhide, i generali che gli erano fedeli gli diedero battaglia, poi passarono al seguito di Toyotomi Hideyoshi, il nuovo shogun. Giusto ottenne presto di grandi stima e fiducia da parte di lui e poté ancora una volta agire per aiutare i cristiani, fruttando molte conversioni anche tra personalità di spicco. Nel 1585 lo shogun lo ricompensò con un nuovo feudo, quello di Akashi: anche lì la popolazione si accostò al cristianesimo. In conflitto con Toyotomi Hideyoshi Tuttavia, per vari fattori, a partire del 1587 Toyotomi Hideyoshi non fu più favorevole ai cristiani: ordinò l’espulsione di tutti i missionari e degli stranieri in genere e fece pressione sui nobili affinché tornassero alla religione dei loro antenati. Toccò anche a Giusto: la notte del 24 luglio fu convocato dallo shogun, che gli manifestò il suo dispiacere perché aveva convertito molti signori feudali. Gli ordinò quindi di abbandonare la fede, pena l’esilio in Cina e l’esproprio dei suoi beni. Il daimyō rifiutò, dichiarando che per nulla al mondo avrebbe rigettato il Dio nel quale i missionari gli avevano insegnato a credere. La sua pena fu quindi limitata alla perdita dei beni: insieme a tutta la famiglia, Giusto mendicò a lungo, finché non venne ospitato sull’isola di Shodoshima da un suo amico, Konishi Yukinaga. Lo shogun, però, venne a sapere del suo nascondiglio e gli propose di essere reintegrato nel suo incarico, ma ottenne un nuovo rifiuto. Giusto fu quindi condotto prigioniero a Kanazawa, dove subì notevoli privazioni. Alla fine, Toyotomi Hideyoshi gli assegnò una rendita annua, forse perché si era pentito, e nel 1592 si riappacificò con lui nel corso di una solenne cerimonia. Pur non reintegrato come daimyō, l’altro poté muoversi liberamente nell’arcipelago giapponese: contribuì quindi all’azione missionaria dei Gesuiti, ripresa nell’anno precedente alla rappacificazione. La persecuzione sotto Tokugawa Ieyasu Tuttavia, nel 1597, 26 cattolici, sia stranieri sia autoctoni, furono crocifissi sulla collina di Nagasaki e un nuovo editto bandì i cristiani dal Giappone. La morte improvvisa dello shogun sembrò aprire qualche speranza, ma il suo successore, Tokugawa Ieyasu, si sostituì gradualmente all’erede legittimo. Dopo un’iniziale fase di accondiscendenza verso la religione cristiana, cominciò a proibire ai vari dignitari e nobili di ricevere il battesimo. Infine, nel 1614, emanò l’ordine di espulsione di tutti i missionari, col quale i cristiani giapponesi venivano obbligati a riprendere le usanze dei loro avi. La prigionia, poi l’esilio Giusto, che dopo le prime proibizioni si era trasferito a Kanazawa, fu subito raggiunto dall’ordinanza. Gli amici gli suggerivano di compiere degli atti di abiura formale, come calpestare le immagini sacre, ma lui rispondeva invariabilmente di essere consapevole di quale tesoro costituisse la religione cristiana e che, quindi, non dovevano fargli quella proposta neanche per scherzo. Insieme ai suoi familiari, venne quindi condotto sotto scorta a Nagasaki, dove venivano radunati anche i missionari e i cristiani che non avevano abiurato. Trascorse sette mesi in attesa di morire da martire, ma l’8 novembre 1614 fu imbarcato, insieme a un gruppo di circa 300 cristiani, su una giunca che faceva vela verso Manila, nelle Filippine. Durante il viaggio fu capace di confortare gli altri, ammassati su quella piccola imbarcazione. Una volta sbarcato, ebbe un’accoglienza trionfale, da vero eroe della fede. Tuttavia, appena quaranta giorni dopo, iniziò ad avere la febbre molto alta. Certo di essere alla fine della vita, fece chiamare il suo direttore spirituale, padre Morejón, e ricevette gli ultimi sacramenti. Incoraggiò ancora una volta quanti gli stavano attorno a perseverare nella fede e, infine, morì ripetendo il nome di Gesù. Era verso la mezzanotte del 3 febbraio 1615; Giusto aveva circa 62 anni. Gli spagnoli, che al tempo governavano le Filippine e che gli avevano proposto di assisterli per abbattere lo shogun Tokugawa, ma ottennero il suo rifiuto, gli riservarono un funerale solenne con gli onori militari. Tempo dopo, in piazza Dilao a Manila, è stata posta una sua statua, nella quale veste gli abiti tipici del suo rango, ma alla katana (la spada tradizionale giapponese) che regge in mano è sovrapposto il Crocifisso. Un percorso complicato verso la beatificazione La Chiesa cattolica giapponese lo ha sempre considerato un autentico testimone della fede e ha più volte cercato di avviare il suo processo di beatificazione. Il primo tentativo rimonta già a pochi anni dalla sua morte, ad opera dei sacerdoti di Manila: tuttavia, la politica isolazionista sotto i Tokugawa impedì la raccolta delle prove documentali a riguardo. Nel 1965, poi, alcuni vizi di forma nelle fasi preliminari ne causarono l’arresto. L’ultimo e più proficuo intervento in tal senso parte dall’ottobre 2012, monsignor Leone Jun Ikenaga, arcivescovo di Osaka e all’epoca presidente della Conferenza episcopale giapponese, ha consegnato a papa Benedetto XVI una lettera per chiedere l’esame della causa. L’agosto dell’anno successivo, la Conferenza episcopale del Giappone ha inviato alla Congregazione delle Cause dei Santi i documenti del processo. Nel 2015 è stata quindi trasmessa la “Positio”: in essa Giusto Takayama figurava come martire, in quanto la sua morte appariva come conseguenza delle privazioni e dei maltrattamenti subiti in patria. Infine, il 20 gennaio 2016, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui effettivamente veniva riconosciuto il suo martirio. La beatificazione Il rito della beatificazione di Giusto Takayama si è svolto nella Osaka-jō Hall di Kyōbashi, presso Osaka, presieduto dal cardinal Angelo Amato come inviato del Santo Padre. È la prima volta per un singolo candidato agli altari come martire originario del Giappone: questo Paese conta infatti già 42 Santi e 393 Beati, tutti martiri e uccisi in prevalenza durante il periodo Edo, ossia dal 1603 al 1867; sono tutti ricordati in gruppo.

Sarà beatificato martedì 7 febbraio a Osaka in Giappone Justo Takayama Ukon (1552-1615), più conosciuto come il “samurai di Cristo”. La Messa sarà presieduta dal cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle cause dei santi, che a Radio Vaticana spiega: «Aveva colto il messaggio centrale di Gesù, che è la legge della carità. Per questo era misericordioso con i suoi sudditi, aiutava i poveri, dava il sostentamento ai samurai bisognosi. Fondò la confraternita della misericordia. Tutto ciò provocava stupore e desiderio di imitazione». Aggiunge ad Avvenire Joseph Mitsuaki Takami, il 71enne arcivescovo di Nagasaki presidente della Conferenza episcopale giapponese: «La personalità umana e la vita cristiana di Takayama ne fanno un modello per i cattolici giapponesi di oggi, un incoraggiamento a vivere la fede mettendo in pratica iniziative di misericordia che piacciono a Dio». Takayama era nato in una famiglia di daimyo, l'aristocrazia feudale giapponese. Quando aveva 12 anni, suo padre Dario, affascinato dalla predicazione di san Francesco Saverio che nel 1549 aveva introdotto il cristianesimo Giappone, si era convertito con tutta la famiglia. Tutto ciò rappresenta un buon messaggio per il mondo di oggi», racconta ad Avvenire il gesuita padre Renzo De Luca, direttore del Museo dei martiri di Nagasaki visitato ogni anno da oltre 35 mila visitatori di tutto il mondo. Il sito ricorda i 26 cristiani crocifissi nella città il 5 febbraio 1597 e poi canonizzati nel 1862 da Pio IX che vengono elencati nel martirologio romano come san Paolo Miki e compagni.



Testo liberamente tratto da Wykipedia

Integrazione di Emilia Flocchini

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Integrazione a cura del M° Michele Zannolfi

Redazione Moretti & Tagliaferri










 

私たちはすでに言われた言葉であり、行動はすでに行われています

Watashitachi wa sudeni iwa reta kotobadeari, kōdō wa sudeni okonawa rete imasu

Noi siamo le parole già dette, le azioni già compiute