LA DIFFERENZA TRA IL CONOSCERE ED IL SAPERE exhibiting one's skills to the world is not a martial art Senshi no rekishi "Dai ragazzi di Via Sant’Antonino ad una rigida educazione militare durata più di vent'anni. Sono cresciuto con i fondamentali educazionali di "guerra". Quanto è riportato nello "Hagakure" m'appare distante, probabilmente risibile. Ritengo in assoluta buonafede che "Il libro dei 5 anelli" (五輪書 Go rin no sho ), scritto da Miyamoto Musashi (宮本武蔵 ) nel 1645, contrariamente all'elaborato "Hagakure" (Yamamoto Tsunetomo 葉隠聞書 Hagakure kikigaki, lett. "Annotazioni su cose udite all'ombra delle foglie", sia stato realizzato da un uomo che ha conosciuto il "conflitto"; un uomo di guerra. I concetti trascritti all'interno evidenziano il pensiero di chi ha vissuto in virtù di questo Credo che, per quanto mi riguarda, non sia possibile indicarne finalità, etica e morale. Contrariamente l'autore dello Hagakure, Yamamoto Tsunetomo che fu al servizio del daimyō Nabeshima Mitsushige (1632-1700) del feudo di Saga in un'epoca di pace e di inizio della decadenza dei samurai è stato senz'altro esclusivamente un uomo di pace o per meglio scrivere non ha conosciuto lo "scontro". Quando il daimyo morì, Yamamoto divenne monaco buddhista della setta Zen Sōtō e si ritirò in monastero dove compose, in circa sette anni, ed aiutato dall'allievo Tashiro Tsuramoto, lo Hagakure, l'opera sullo spirito e il codice di condotta del samurai. Non confondete lo spirito di questi due uomini. Non appropriatevi di concetti che non v’appartengono. Vi leverebbero la maschera prima ancora d'aver terminato di dialogare!"(Michele Zannolfi Maestro Fondatore 1957) Takayama Ukon Il KHS indica una disciplina che si fonda su presupposti spirituali più che tecnici ERUDIAR ET ERUDIETUR Il Tao (道T, DàoP, TaoW; letteralmente la Via o il Sentiero) è uno dei principali concetti della storia del pensiero cinese, e il centro della religione taoista. Si tratta di un termine di difficile traduzione, inizialmente concepito come una potenza inesauribile che sfugge a qualunque tentativo di definizione. Il carattere cinese 道 (la cui parte inferiore è il radicale cinese "piede") esprime innanzitutto il concetto di movimento, di flusso: dunque si può tentare di definire il Tao come l'eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre perennemente attraverso tutta la materia dell'Universo. In ambito occidentale, viene talvolta tradotto come il Principio. Nella filosofia taoista tradizionale cinese, il Tao è l'Universo stesso: quell'eterno, inesauribile "divenire", in costante movimento. Tenendo presenti questi riferimenti, volendolo definire con una parola, il Tao "è". Nel contesto della storia del pensiero cinese, il concetto di Tao acquisisce grande importanza in seno alla tradizione taoista, salvo poi estendere la sua influenza a tutto il panorama filosofico e speculativo cinese, fino ad essere integrato, riassorbito e reinterpretato da una molteplicità di scuole di pensiero, ivi inclusa quella confuciana. Nel corso dei secoli questa influenza si estenderà a molte altre delle cosiddette filosofie e scuole di pensiero orientali. Il filosofo Laozi (Lao-tzu), mitico fondatore del taoismo, mette in chiaro che prima di tutto vi era un non-essere trascendente e indifferenziato (che tuttavia non è il "nulla"), "la Via" (detta anche "origine", la "Madre", la "femmina oscura", ecc.), il Tao appunto, che diede origine all'essere (detto "la madre dei viventi"), ciò che esiste e da cui nacque il mondo; anch'esso, tuttavia, è parte del Tao stesso, poiché della sua stessa natura, ma ha dei confini. Si tratta quindi di una filosofia del mutamento, in cui il Tao iniziale è però immutabile (e non può essere "detto", ma può essere mostrato), eppure muta (e in questa forma "non è una via costante", dice Lao-tzu), una sorta di panenteismo (posizione che coniuga trascendenza e immanenza, in maniera monista). Il Tao all'inizio del tempo - nello stato di non-essere - era in uno stato chiamato wu ji (无极 = assenza di differenziazioni/assenza di polarità). A un certo punto - nell'essere - si formarono due polarità di segno diverso che rappresentano i principi fondamentali dell'universo, presenti nella natura: Yin, il principio negativo, freddo, luna, femminile ecc. sono simboleggiati dal nero. Yang, il principio positivo, caldo, sole, maschile, ecc. sono simboleggiati dal bianco. Lo scopo del taoista è comprendere questa evoluzione e le successive, e tornare, tramite la meditazione e la retta pratica di vita, ad avvicinarsi all'unità iniziale del Tao: l'obiettivo finale è portare il discepolo, il praticante e lo studente, ad un completo stato di unificazione con l'universo, con il Tao quindi. Tutta la vita emerge dal Wuji, inconsapevolmente. Attraverso le pratiche taoiste è quindi possibile raggiungere l'immortalità (detta xian) e ritornare allo stato di Wuji, energia pura, dissolvendosi nell'Uno, quindi nel Tao. Affinità con concetti di altre filosofie Il Tao è un concetto simile al brahman induista. Per fare un paragone con la filosofia occidentale, invece, il Tao è paragonabile principalmente all'ápeiron di Anassimandro, o all'Essere immutabile e perfetto di Parmenide; si veda anche la riproposizione di Martin Heidegger, il quale avvicinò il suo concetto di Essere al taoismo e al buddhismo zen, in particolare l'identità tra senso nascosto del Tao e dell'Essere; inoltre si può fare un paragone con il Logos di Eraclito, degli stoici e di Giovanni evangelista, con l'Uno del platonismo, il Noumeno di Kant e dell'idealismo, lo slancio vitale di Bergson e l'Od di Karl von Reichenbach; la sua differenziazione mutevole è paragonabile allo scorrere nel divenire, alle idee platoniche che forgiano le forme sensibili). Il fisico Fritjof Capra ha tentato di conciliare il Tao con i moderni concetti scientifici della fisica quantistica e con l'olismo (alla maniera di quanto fatto da Carlo Rovelli con l'entanglement quantistico e la Śūnyatā del buddhismo) nel suo celebre testo Il Tao della fisica. Evoluzione Yin e Yang Da essi - Yin e Yang - deriva tutto il mondo visibile e invisibile della cosmologia taoista. I due principi, il divino individuo immaginario maschile e il divino immaginario femminile, iniziarono subito a interagire, dando origine alla suprema polarità o T'ai Chi o Taiji (Pronuncia Wu-ci), termine che indica anche l'omonima disciplina fisica. Il simbolo da tutti conosciuto come Taijitu è il più famoso di molti simboli che rappresentano questa suprema polarità e che sono chiamati T'ai Chi T'u. È importante evidenziare che nella filosofia Taoista Yin e Yang non hanno alcun significato morale, come buono o cattivo, e sono considerati elementi di differenziazione complementari. Da essi deriva il qi (detto anche ki o chi) l'energia che scorre nel mondo fisico, nell'orizzonte naturalista del taoismo, rappresentato dai cinque elementi (acqua, legno, fuoco, metallo, terra), che si combinano a loro volta nelle otto forze; dal Tao, unica vera "divinità", derivano anche divinità minori, personificazioni di forze naturali (si veda la teologia taoista) o maestri divinizzati (Laozi, gli immortali tra cui gli otto saggi immortali, ecc.). Essendo il Tao ineffabile, cioè indescrivibile, per comprenderlo si può ricorrere alla seguente analogia, tratta da Lao-tzu: immagina una persona che cammina su una strada, portando sulle spalle un fusto di bambù. Alle due estremità del bambù, sono appesi due secchi. I due secchi rappresentano lo yin e lo yang. Il bambù rappresenta il Tai Chi, l'entità che collega lo yin e lo yang. La strada è il Tao. Ordine di scrittura Il Tao può essere interpretato come una "risonanza" che risiede nello spazio vuoto lasciato dagli oggetti solidi. Allo stesso tempo, esso scorre attraverso gli oggetti dando loro le caratteristiche. Nel Tao Te Ching si dice che il Tao nutra tutte le cose, che crea una trama nel caos. La caratteristica propria di questa trama è una condizione di inappagabile desiderio, per cui i filosofi taoisti associano il Tao al cambiamento; le rappresentazioni artistiche che tentano di rappresentare il Tao sono caratterizzate da flussi. Se per il confucianesimo il Tao rappresenta un principio etico, una norma di comportamento sociale, per il taoismo esso non è altro che il processo di mutamento e divenire di tutte le cose. Nel Libro dei mutamenti si legge: "Una volta yin, una volta yang, ecco il tao". Questa definizione del Tao come risultato dell'alternanza di yin (principio femminile) e yang (principio maschile) sintetizza nel modo più appropriato l'idea di perenne divenire implicita nel Tao, che è costantemente incostante, comprensivo di ogni cosa e del suo opposto, di essere e non-essere, di vivere e morire, di conoscere e non-conoscere. Dunque, ogni qualità è potenzialmente presente nel Tao e si sviluppa in maniera spontanea, dando così origine e inserendosi in un universo concepito in termini non statici ma dinamici, il cui "ordine naturale" esclude però l'intervento finalizzato umano (secondo la concezione del wu wei, "non agire") in quanto nocivo al libero gioco delle alternanze. «Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra...» (Laozi, Daodejing (incipit), trad. di Paolo Siao Sci-yi) Il carattere cinese dào. Il carattere 道 significa "via", ma anche "percorso". A partire dalla dinastia Zhou orientale (770-256 a.C.) ha iniziato a significare la "via corretta" o la "via naturale". Ma anche "mostrare la via" quindi "insegnare", "metodo da seguire" e infine "dottrina". Nei Lúnyǔ (論語) di Confucio si dice che uno Stato "ha il 道 se è ben governato" o anche che il "re dedica se stesso al 道". Da notare che il carattere 道 si compone di 首 ( qiú "testa" quindi "principale") + una variante del carattere 止 ( zhǐ nel significato arcaico di "piede") combinata con 行 ( xíng, "percorrere"): quindi "incedere sul percorso principale". Il carattere cinese dào con il suo ordine di scrittura Il Taijitu (T'ai Chi T'u), rappresentazione di Yin e yang. Il taoismo o daoismo, (道教 pinyin: dàojiào, "dottrina del Tao") designa le dottrine a carattere filosofico e mistico, esposte principalmente nelle opere attribuite a Laozi e Zhuāngzǐ (composte tra il IV e III secolo a.C.), sia la religione taoista, istituzionalizzatasi come tale all'incirca nel I secolo d.C. , non possiede un insegnamento fondamentale come il confucianesimo o un credo e pratica unitari. È principalmente una religione cosmica, centrata sul posto e la funzione dell'essere umano, di tutte le creature e dei fenomeni in esso. Nel tempo se ne sono sviluppate diverse scuole e interpretazioni. Nonostante la distribuzione ubiquitaria in Cina e la ricchezza di testi, si tratta probabilmente della meno conosciuta tra le maggiori religioni al mondo. Come ricorda Stephen R. Bokenkamp i cinesi non possedevano un termine per indicare le proprie religioni fino all'arrivo del buddhismo nei primi secoli dopo Cristo (la prima introduzione del buddismo in Cina sarebbe avvenuta nel 64 d.C.), quando opposero al Fójiào (佛教, gli insegnamenti del Buddha), il Dàojiào (道教, gli insegnamenti del Tao). Dall'influenza del taoismo sul Buddhismo Mahāyāna indiano probabilmente si sviluppò il Chan/Zen. Più precisamente nell'epoca preimperiale (antecedente al III secolo a.C.) il termine "dàojiào" era utilizzato dai seguaci di Mozi per designare i confuciani. Solo dal quinto secolo in avanti vediamo utilizzato questo termine per intendere la dottrina del Dao. Allo stesso modo, Farzeen Baldrian[senza fonte] e T.H. Barret rammentano come gli studiosi classificatori del periodo Han indicarono, in modo "mal definito", come Dàojiā (道家, scuola daoista) autori ed opere a loro precedenti. Mario Sabattini e Paolo Santangelo così concludono: «Le concezioni che emergono dalle opere taoiste non presentano un carattere univoco; quasi certamente esse abbracciano tendenze diverse che sono andate via via stratificandosi in un corpus di testi, cui solo in epoca successiva si è voluto attribuire la natura di un complesso dottrinario omogeneo.» (Mario Sabattini e Paolo Santangelo. Storia della Cina. Bari, Laterza, 2000, pag.131-2) Ancora il termine daoismo con il suo suffisso -ismo non avrebbe quindi alcuna controparte nella lingua cinese. Esso verrebbe utilizzato in tal modo solo negli scritti occidentali. Ulteriore fonte di complessità nell'approccio al daoismo, è il sostanziale pregiudizio sorto fin dai primi contatti con religiosi occidentali che spesso videro in tale religione una corrente fortemente degenerata. Tale visione è andata via via stemperandosi nel tempo, raggiungendo forse attualmente un certo distacco Risulta quindi chiaro come questa dottrina sia eterogenea, le cui ragioni sono da attribuire principalmente alla mancanza di un singolo fondatore ed alla assenza di un canone definito. Essa ha raggiunto un minimo grado di omogeneità, non in base a spinte interne, bensì a seguito di agenti esterni (ovvero spinte governative che cercavano di controllare la formazione del clero e il numero dei templi). Nel Daoismo andrebbero quindi compresi: a) i primi testi filosofici come il Daodejing e lo ZhuangZi b) le pratiche anticonfuciane dell'allontanamento dalla pratica politica tramite il ritiro in eremitaggio, distante dagli uffici di governo c) alcuni tipi di arti (pittura, musica, calligrafia) basati sul libero flusso, senza sforzo d) qualsiasi tipo di pratica che non sia Buddhista o Confuciana prima del V secolo d.C (quando il daoismo fu istituito come canone[senza fonte] e) il Daojiao prima dell'arrivo del buddhismo in Cina. Così infatti gli studiosi denominarono il termine daojiao; ricordo ancora, come già segnalato prima, come inizialmente, la religione cinese non avesse un nome che la definisse. Tale nome (daojiao) verrà adottato dopo l'arrivo del Buddhismo (fojiao). Addentrandosi nel problema, sorge spontaneo chiedersi se si possa stabilire una "ortodossia" nel daoismo (per alcuni accenni a una possibile "ortodossia", vedi anche inquadramento generale). La risposta è, a grandi linee, negativa; seguito due delle tante possibili esplicazioni: l'esordio del Daodejing (presente nell'incipit di questa voce) la seguente descrizione di Stephen Bokenkamp: (EN) «The term "Daoism" is used in writings on China to cover a wide variety of phenomena, from a bibliographic classification of philosophical texts—including the Zhuangzi, the Laozi, and other works—to vaguely defined attitudes: the love of nature, the pursuit of personal freedom, and a concomitant antipathy toward the Confucian-inspired social order, an antipathy shared by a number of recluses and disillusioned former officials throughout the course of Chinese history. In this way, Daoism and Confucianism have come to be seen as the yin and yang poles of Chinese thought. Nearly every figure in the history of Chinese society who cannot be readily identified as Confucian is apt to be portrayed as a Daoist. Those so identified include a disparate collection of practitioners, mystics, and thinkers—healers, shamans, alchemists, seekers of immortality, figures from popular religion who managed to find mention in the dynastic histories, and even a few Confucians who, toward the end of their lives, withdrew from society and found solace in one or another of the philosophical works bibliographically classed as Daoist, or even in the Daoist religion itself.» (IT) «Il termine "daoismo" è usato nei testi che trattano la Cina per coprire un'ampia varietà di fenomeni, dalla classificazione bibliografica di testi filosofici - che includono Zhuāngzǐ, Laozi ed altri lavori - a vaghi modi di sentire: l'amore per la natura, la ricerca della libertà personale, la concomitante antipatia per l'ordine sociale ispirato dal confucianesimo, un sentimento scambiato e condiviso, nel corso della storia della Cina, da un numero di ex funzionari eremiti e delusi. In quest'ottica il daoismo ed il confucianesimo devono essere visti come i poli yin e yang del pensiero cinese. Praticamente ogni figura della storia della società cinese, che non possa essere identificato come confuciano, è adatto ad essere considerato daoista. Questi ultimi comprendono quindi guaritori, mistici, terapeuti-intellettuali, sciamani, alchimisti, ricercatori dell'immortalità, figure provenienti dalla religione popolare che riuscivano a trovare menzione nelle storie dinastiche, ed anche i pochi confuciani che, alla fine delle loro vite, si allontanavano dalla società e trovavano conforto in uno dei lavori filosofici, classificati dal punto di vista bibliografico come daoisti, od anche nella religione daoista stessa.» (Stephen R. Bokenkamp, Early Daoist Scriptures) Ma la situazione è ancora più complessa, se un autore daoista come Lu Xiujing (陸修靜) (vissuto nel V secolo dopo Cristo), aveva potuto affermare che "alcuni scritti daoisti paiono scritti da persone malate di mente, senza alcuna capacità di ricercare il numinoso e mancanti del desiderio di raggiungere la perfezione. Essi avrebbero scritto [questi testi basati su] quello che erano in grado di captare [delle scritture originali], assumendo falsamente il nome di "daoista" nella loro avida ricerca di guadagno", «È in gioco l'acquisizione di uno stile, non di una dottrina, quindi più che una credenza od una dottrina, il Taoismo è una pratica» Il Daoismo è uno dei tre insegnamenti cinesi, ovvero buddismo, daoismo e confucianesimo ed a differenza di quest'ultimo che lo possiede, il «daoismo non ha né data né luogo di nascita». Esso «non è mai stato una religione unitaria, ma una combinazione costante di insegnamenti fondati su rivelazioni originarie diverse». Prese forma gradualmente, durante un lungo cammino, integrando diverse correnti. Il daoismo scaturisce infatti da un movimento di pensiero nato dalla combinazione del patrimonio concettuale comune cinese (ovvero il Qi, lo Yin e lo Yang, i cinque elementi), lo sciamanesimo o magia wu, basato per lo più su danze frenetiche e stati estatici (praticato principalmente da donne). le opere spirituali di Laozi e di Zhuāngzǐ a questi si sono aggiunti nel tempo alcuni concetti confuciani.(dal II secolo d.C. circa con il Neotaoismo) e buddisti (a cominciare circa dal 370 d.C.). Concetto centrale del Daoismo è ovviamente il Dao, ovvero la base metafisica dell'ordine naturale. Se il Dio del daoismo può essere concepito come una sorta di "Principio ordinatore unico ed immanente del mondo", non troppo dissimile dall'Armonia di Pitagora, il Logos di Eraclito, lo Shinto giapponese, il Dharma del buddismo, è però fondamentale riconoscere che si tratta di un principio acosmico[senza fonte] che manca di creazione e finalità, esso non realizza nulla fuorché la sua implicità. Se ne deve rimarcare anche la specificazione non troppo dissimile, in quanto essa rifiuta la reificazione e la definizione (vedi anche l'incipit di questa voce). Non tollerare la reificazione, significa intendere l'attività pratica e la "crescita personale", superiori all'intellettualizzazione ed alla concettualizzazione filosofica. Si può quindi, essere daoisti senza avere necessariamente una definizione ed esplicazione di cosa sia il dao. Esso rifiuta quindi l'idea che una via non sia percorribile senza una concettualizzazione coerente. Per il mondo cinese un Dio creatore sopramondano, di carattere personale è inconcepibile. Ne consegue che nella cultura cinese non esiste un'ascesi orientata sulla antitesi tra Dio e creatura. La nostra metafisica (cristiana) per un cinese è quindi globalmente incomprensibile. Il concetto di causalità è assente nel pensiero originario cinese; da questo ne segue l'assenza di una idea di Dio come primum movens. Ovviamente l'entrata in Cina del Buddhismo (verso il I secolo d.C.) ha modificato di non poco questo atteggiamento tipico (si pensi infatti all'idea di Karma).[senza fonte] Anche l'dea di libertà personale non è stata elaborata dal punto di vista concettuale; essi hanno però elaborato la disponibilità. Ad esemplio lo I Ching deve essere utilizzato non per il singolo, ma per il bene comune: il mio Bene può essere messo da parte se fa il Bene di tutto. Il daoismo (in particolare quello dei due principali maestri) tende a non dare chiari codici comportamentali, (a differenza ad esempio del confucianesimo) ritenendo che la spontaneità sia la miglior guida. Tuttavia se «vivere il taoismo significa accettare il caos [...], non legittima la licenziosità, l'arroganza, la violenza, la sopraffazione, uno stato di natura per cui "tutto va bene"». Esso quindi esalta la spontaneità, sostenendo che tutto avvenga spontaneamente; crede che esista un «meccanismo di autoregolazione che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza»[29]. Qui il daoismo denuncia la sua provenienza dalla classe contadina (per cui l'agricoltura, nonostante la cura, obbedisce ad orologi interni ed esterni, atmosferici, e per cui il vero motore è la natura). Se condanna i desideri (fenomeno tipico anche del buddhismo), i daoisti auspicano una condizione in cui si desidera non avere più desideri, a differenza dei buddisti che rifiutano apertamente la brama che vincola alla vita. Non a caso focalizza ed enfatizza l'azione che nasce dalla non azione: wei-wu-wei (azione senza azione). Il daoismo ha una forte tensione sincretica, nel tentativo di integrare tutta una serie di insegnamenti differenti (dall'iniziale sciamanesimo, al Buddhismo Chán...), ma allo stesso tempo ne esalta la autosufficienza sottolineando la distinzione dalle altre vie. Un tempio daoista del Monte Longhu, in Jiangxi Spesso il daoismo viene scolasticamente suddiviso in daoismo filosofico (cinese: 道家; Wade-Giles: tao-chia; pinyin: dàojiā) o "scuola" daoista e daoismo religioso (cinese: 道敎; Wade-Giles: tao-chiao; pinyin: dàojiào) o "religione" daoista o anche, rispettivamente, daoismo contemplativo e daoismo interessato. Questa divisione, oramai rifiutata da molti sinologi è fondamentalmente minata all'interno. alcuni autori distinguono anche, all'interno del Daoismo. Tale suddivisione quindi, ancora presente in alcuni scritti e comunque riscontrabile spesso in occidente, è indubbiamente artificiosa ed erronea. Per la Robinet, nascerebbe da una intrinseca difficoltà occidentale all'esperienza mistica, e sarebbe stata per lo più creata, da persone che non avevano studiato i testi del cosiddetto "taoismo religioso". Il termine "dao" significava originariamente «la via» e, per traslato, Daojia indicherebbe «il sentiero che uno dovrebbe percorrere e che viene insegnato»: il fuoco è posto sul contenuto. Gli interpreti moderni fanno iniziare il Daojia con il Daodejing e lo Zhuangzi (anche se è utile segnalare che probabilmente i due autori mai si influenzarono a vicenda). Quindi il Daoja identificato principalmente nei testi dei primi maestri (LaoZi e ZhuangZi) avrebbe il significato di «via ultima, ovvero via che sublima tutti i differenti e multiformi percorsi umani esistenti». Cio su cui si punta l'attenzione è il contenuto sapienziale. Lo Zhuangzi, gli scritti di alcuni dei principali filosofi degli Stati Combattenti come Shen Dao, Yang Zhu, Heguan Zi, il Neiye (Inner Training) e Xinshu (Arts of the Heart) alcuni capitoli del Guanzi, il Daoyuan, il rotolo dei manoscritti Mawangdui, il Huaillan Zi. Ancora la Robinet considera relati al daoijao lo Xuanxue (Metafisica dell'arcano) ed il Liezi, pur esprimendo opinioni oscillanti sull'appartenenza della metafisica dell'Arcano nel daoismo; pone pure nella stessa corrente il Qingjingjing, il Xishengjing, il Yinfu Jing, i testi del Neiguan, lo Zuowang ed il Chongxuan Il Daojia consisterebbe nelle speculazioni che accompagnano o coronano questa ascesi, esito quindi dell'ascesi stessa, al contrario con il termine "daojiao", sempre per Robinet, connesso con il sacro, gli dei, gli spiriti, sarebbe da intendersi «l'insegnamento della via», l'ottenimento di una trascendenza personale, «l'ascesi, l'addestramento, la procedura». Non a caso la sinologa francese sostiene che gli aspetti contemplativi, intenzionali o di applicazione politica sono presenti in entrambe le "dimensioni". Se per certi uomini, gli imperatori in particolare, l'aspetto importante della religione era prolungare la vita e migliorare le proprie condizioni di salute, originariamente le tecniche furono indubbiamente destinate all'estasi ed all'esperienza mistica. Storia dell'utilizzo del termine Daojiao Il termine Daojiao nella pratica, ha avuto svariate sfaccettature di utilizzo. Usato in modo estremamente indeterminato, nella prima fase preimperiale (ovvero fino al 221 a. C.) solo nel V secolo si iniziò ad utilizzare nel senso con cui noi lo intendiamo oggi. Fino ad allora i vari gruppi "religiosi" rimasero in qualche modo disuniti, connessi tra di loro solo per un opporsi ai vari culti locali ma, da tale data in avanti, si tentò di fornirgli una unità, sul modello del buddismo (da cui in modo esplicito cercavano di diversificarsi ed opporsi) e tutto questo si estrinsecò nella formazione di una letteratura canonica, la codificazione di rituali e norme sacerdotali. Con questa fase di omogeinizzazione si ha la creazione di una vera e propria religione, tramite la codificazione di rituali, lo stabilirsi di una letteratura canonica esplicita e quindi verificabile, la fondazione di monasteri daoisti sul tipo di quelli buddisti, e quindi rappresenta la fondazione di una vera propria religione, non solo l'assemblaggio di elementi tra loro. La reazione dei buddisti fu inevitabile, da una parte tentarono di "mettere in cattiva luce il daoismo agganciandosi anche alla soteriologia "terrena" dello stesso; il daoismo, d'altra parte, era ben più in accordo alla simbologia imperiale cinese di quanto lo fosse la religione dharmica. Secondo Arena la divisione nei due corsi sarebbe, a suo parere, avvenuto durante il periodo Wei e Jin (quindi all'incirca tra le prime metà del III e la prima metà del V secolo d.C.), in corrispondenza con il Neotaoismo, che rifiutava completamente le arti magiche e la religione popolare. In questa visione assume importanza il concetto di Lignaggio: esso rappresenterebbe il punto di unione tra il divino e gli esseri umani attuali: ciò avverrebbe tramite una sorta di depersonalizzazione degli antenati, atti a supportare una certa idea di società. Questo lignaggio ha una dimensione antropomorfica, traducendosi in antenati , santi, identità mitiche. Cinque precetti Nel Taoismo, i Cinque Precetti (cinese: 五戒; pinyin: Wǔ Jiè; Jyutping: Ng5 Gaai3) costituiscono il codice etico di base intrapreso principalmente dai praticanti laici. Per monaci e monache ci sono precetti più avanzati e più severi. I Cinque Precetti sono quasi gli stessi dei Cinque Precetti del Buddismo; tuttavia, ci sono piccole differenze per adattarsi alla società cinese. Secondo il daozang di Zhengtong i cinque precetti di base sono: Non uccidere. Non rubare. Nessuna cattiva condotta sessuale. Non dire falsa testimonianza. Non assumere sostanze intossicanti. Le brevi definizioni sono state estratte dal alcuni passi dell'opera: «Laozi disse: "Il precetto contro l'uccisione è: tutti gli esseri viventi, inclusi tutti i tipi di animali, e quelli piccoli come insetti, vermi e così via, sono contenitori dell'energia increata, quindi non si dovrebbe uccidere nessuno di loro".» «Laozi disse: "Il precetto contro il furto è: non si deve prendere nulla che non si possiede e che non gli sia dato, che appartenga a qualcuno o no".» «Laozi ha detto: "Il precetto contro la cattiva condotta sessuale è: se si verifica una condotta sessuale, ma non è con il coniuge sposato, è una cattiva condotta sessuale. Per quanto riguarda un monaco o una monaca, lui o lei non dovrebbero mai sposarsi o praticare rapporti sessuali con chiunque."» «Laozi ha detto: "Il precetto contro il falso discorso è: se uno non è stato testimone di ciò che è accaduto ma ha detto qualcosa agli altri, o se uno mente sapendo che è una bugia, questo costituisce Falso discorso".» «Laozi disse: "Il precetto contro l'assunzione di sostanze intossicanti è: non si dovrebbe prendere alcuna bevanda alcolica, a meno che non debba prenderne per curare la propria malattia, per intrattenere gli ospiti con una festa o per condurre cerimonie religiose".» «Laozi aveva detto: "Questi cinque precetti sono i fondamenti per mantenere il proprio corpo in purezza, e sono le radici del sostegno dei santi insegnamenti. Per quegli uomini virtuosi e le donne virtuose che godono degli insegnamenti virtuosi, se possono accettare e mantenere questi precetti, e non violano mai nessuno di essi fino alla fine della loro vita, sono riconosciuti come quelli con pura fede, otterranno la Via del Tao, otterranno i santi principi e raggiungeranno per sempre il Tao, la Realtà."» Dottrina Questa sezione è basata principalmente sulle dottrine di Laozi, di Zhuāngzǐ e di Liezi. «Il Dao che può essere detto non è l'eterno Dao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome...» Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora «Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. Ma i cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: -Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento?- La parola Tao è la risposta a questa domanda.» (Alan Watts, Il significato della felicità) Quindi un cinese non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità. Il buddismo, importato dall'India promuove (come il Daoismo) l'armonia con la natura ma, il suo punto focale è l'eradicazione della sofferenza nell'uomo, attraverso la meditazione e l'illuminazione La relativa vicinanza di temi rispetto al buddhismo — pur nella sostanziale differenza di prospettive — ha fatto sì che si creassero diverse forme di sincretismo fra le due fedi, con condivisione e scambio di elementi religiosi e divinità. Il che è avvenuto soprattutto sotto le dinastie Sui e Tang. Il contatto del buddismo con la tradizione daoista ha portato alla scuola del buddhismo Zen, diffusa soprattutto in Giappone. Rapporti con il confucianesimo «Il confucianesimo dunque, rappresenta il lato pratico, sobrio, sociale della vita e del carattere del popolo cinese, bilanciato, in questo senso, dal taoismo, che rappresenta l'aspetto metafisico, artistico, allegro.» Pur promuovendo una vita in armonia con la natura, l'intento del Confucianesimo è di ordine, morale e politico. I rapporti con il confucianesimo sono molto complessi. Le due correnti di pensiero infatti scaturiscono da premesse molto differenti: il confucianesimo dà rilevanza all'aspetto politico e sociale dell'uomo il daoismo invero pone l'attenzione al lato individuale, esistenziale, ed alla relazione degli esseri con la Natura. Ma la questione diviene via via più complessa se possiamo leggere una netta avversione per Kǒngzǐ (più noto come Confucio) e la sua corrente, in Zhuāngzǐ e Liezi ed al contrario, trovarlo descritto come esempio massimo di maestro, in alcuni filosofi neotaoisti (quali Wang Pi e Kuo Hsiang. Marcel Granet segnala come i "taoisti si segnalarono per il disprezzo dei doveri sociali, per la cura della discipline tecniche e per una predilezione per l'ontologia" a differenza degli ortodossi (confuciani) cui "le speculazioni sulle cose interessavano poco, e solo uno sforzo di cultura permetteva di praticare sinceramente il conformismo indispensabile alla vita sociale" Anche in Kang-Tsang-Tzu, daoista dell'VIII secolo d.C., c'è il tentativo di portare nel daoismo elementi confuciani, ad esempio nell'esercizio della pietà filiale, e nella pratica dei riti e della musica Spesso il confucianesimo ha rimproverato al daoismo un certo grado di egoismo in quanto il daoismo sarebbe distante dall'agire sociale e ricercherebbe per lo più la salvezza individuale Altra grande differenza è il Li (ovvero l'attenzione al rituale) che era uno strumento fondamentale, mentre erano considerati non importanti per i daoisti. D'altra parte il confucianesimo riuscì a liberarsi di tutti i residui orgiastici ed estatici. Altra differenza tra daoismo e confucianesimo riguarda il confronto con l'apparato burocratico dello stato. Per il daoista ideale è uno stato poco burocratico ed ideali erano piccole comunità fondate sul modello contadino, mentre per il confuciano, la burocrazia centralizzata dello stato era preponderante. Ma ancora, mentre per il daoista il sovrano doveva raggiungere l'unione mistica con il Dao per ben governare, per il confuciano al sovrano bastava l'approvazione celeste e la appropriazione di virtù etico sociali. Rapporti con il legismo Tale filosofia era priva di aspetti religiosi e mistici e focalizzava i propri insegnamenti sull'obbedienza alle leggi. Una sintesi tra alcuni elementi delle due dottrine è presente in Kang-Tsang-Tzu. Tratti legisti, oltre che confuciani, emergono in un testo spurio, di chiare fattezze daoiste, che si presenta anche come Commentario al Daodejing, e cioè Wenzi. Rapporti con la religione popolare cinese Sia per un daoista che per un confuciano, la religione popolare, sostanzialmente animistica, aveva ben poco significato. Entrambe le filosofie cercavano un tipo di redenzione, pur con percorsi ben diversi, ed entrambe le correnti erano convinte che un governo ideale servisse molto più che le pratiche religiose a tenere a debita distanza i "demoni". Come scritto in precedenza, il daoismo è più una pratica, piuttosto che una credenza. È una pratica di caste sacerdotali gelose del loro insegnamento e della loro elitarietà. Ancora importante è il legame con il potere centrale presso la corte dell'imperatore. Ma qui i metodi dei maestri daosti potevano cambiare da persona a persona e da scuola a scuola: "essi vanno da una gestione saggia del ruolo di consigliere dell'imperatore, al non intervento basato sul fatto che l'ordine si instaura naturalmente se gli uomini non interferiscono, od ancora alle grandi cerimonie propiziatorie." Altri daoisti si rifiutarono di recarsi a corte alla chiamata dell'imperatore. Altri, come i famosi sette saggi del bosco di bambù 竹林七賢 si ritirarono ad una vita ai margini, per lo più ubriachi. Questa propensione anarchica naturale nel daoismo, insieme ai legami con larghi strati popolari, ha fatto sì che parecchie ribellioni contro i poteri fossero guidati da daoisti (vedi ad esempio quella delle "Cinque misure di riso", quella di Sue En nel 399 d.C. e di Zhong Xiang nel XII secolo, oppure la rivolta dei Boxer nel XX secolo). Approssimativamente si può sostenere che la religione cinese abbia un punto cardine: l'assenza di interessi puramente individuali; esprimendosi poi in due filoni principali un culto di stato ufficiale che persegue gli interessi della comunità, ed in cui sono presenti spiriti della natura fortemente spersonalizzati svuotati di tutti i fattori emozionali, accompagnato dall'orgogliosa rinuncia all'aldilà. Una religione popolare costituita dal culto degli antenati al servizio del gruppo familiare stesso[ e con la comparsa di divinità di funzione (che presiedevano quindi alle varie attività umane); Statua in pietra di Laozi Secondo Weber il culto ufficiale (fortemente impersonale) era fondamentalmente incomprensibile per la grande massa di contadini che, di conseguenza, si rivolsero alle suddette divinità di funzione, ignorate invece dal potere centrale. Non solo, ma la "intellighenzia" considerava eterodossa la cosiddetta religione popolare (con esclusione del buddismo) che aveva una considerazione a parte, manifestando invero un certo imbarazzo nei suoi confronti pur sospendendo qualsiasi giudizio su questo genere di approccio (in modo non dissimile a quanto accadeva nella Grecia classica tra filosofia e religione). Tipicamente cinese è anche il sentimento per cui il mondo della natura e la società umana, siano strettamente legati e solidali. Questo sentimento, secondo Marcel Granet, per lo più solo emotivo all'inizio, diventò, col tempo, fortemente dogmatico. Fin dall'epoca feudale (all'incirca il IX secolo a.C.) ed andando via via un poco attenuandosi, si evidenzierà una grande scissione tra la vita dei contadini e quella dei cittadini. Già sopra abbiamo menzionato come il potere centrale si disinteresserà delle divinità di funzione, preferite invero dal mondo contadino. Indubbiamente questa scissione teorica tra daoismo "istituzionalizzato" e religione popolare è rigida e scolastica. Testo tratto da Appunti, Web Site, Libri, Memoriali storici Wykipedia is a free online encyclopedia Integrazione a cura del M° Michele Zannolfi Redazione Istruttori Moretti & Tagliaferri 私たちはすでに言われた言葉であり、行動はすでに行われています Watashitachi wa sudeni iwa reta kotobadeari, kōdō wa sudeni okonawa rete imasu Noi siamo le parole già dette, le azioni già compiute
Takayama Ukon Il KHS indica una disciplina che si fonda su presupposti spirituali più che tecnici ERUDIAR ET ERUDIETUR Il Tao (道T, DàoP, TaoW; letteralmente la Via o il Sentiero) è uno dei principali concetti della storia del pensiero cinese, e il centro della religione taoista. Si tratta di un termine di difficile traduzione, inizialmente concepito come una potenza inesauribile che sfugge a qualunque tentativo di definizione. Il carattere cinese 道 (la cui parte inferiore è il radicale cinese "piede") esprime innanzitutto il concetto di movimento, di flusso: dunque si può tentare di definire il Tao come l'eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre perennemente attraverso tutta la materia dell'Universo. In ambito occidentale, viene talvolta tradotto come il Principio. Nella filosofia taoista tradizionale cinese, il Tao è l'Universo stesso: quell'eterno, inesauribile "divenire", in costante movimento. Tenendo presenti questi riferimenti, volendolo definire con una parola, il Tao "è". Nel contesto della storia del pensiero cinese, il concetto di Tao acquisisce grande importanza in seno alla tradizione taoista, salvo poi estendere la sua influenza a tutto il panorama filosofico e speculativo cinese, fino ad essere integrato, riassorbito e reinterpretato da una molteplicità di scuole di pensiero, ivi inclusa quella confuciana. Nel corso dei secoli questa influenza si estenderà a molte altre delle cosiddette filosofie e scuole di pensiero orientali. Il filosofo Laozi (Lao-tzu), mitico fondatore del taoismo, mette in chiaro che prima di tutto vi era un non-essere trascendente e indifferenziato (che tuttavia non è il "nulla"), "la Via" (detta anche "origine", la "Madre", la "femmina oscura", ecc.), il Tao appunto, che diede origine all'essere (detto "la madre dei viventi"), ciò che esiste e da cui nacque il mondo; anch'esso, tuttavia, è parte del Tao stesso, poiché della sua stessa natura, ma ha dei confini. Si tratta quindi di una filosofia del mutamento, in cui il Tao iniziale è però immutabile (e non può essere "detto", ma può essere mostrato), eppure muta (e in questa forma "non è una via costante", dice Lao-tzu), una sorta di panenteismo (posizione che coniuga trascendenza e immanenza, in maniera monista). Il Tao all'inizio del tempo - nello stato di non-essere - era in uno stato chiamato wu ji (无极 = assenza di differenziazioni/assenza di polarità). A un certo punto - nell'essere - si formarono due polarità di segno diverso che rappresentano i principi fondamentali dell'universo, presenti nella natura: Yin, il principio negativo, freddo, luna, femminile ecc. sono simboleggiati dal nero. Yang, il principio positivo, caldo, sole, maschile, ecc. sono simboleggiati dal bianco. Lo scopo del taoista è comprendere questa evoluzione e le successive, e tornare, tramite la meditazione e la retta pratica di vita, ad avvicinarsi all'unità iniziale del Tao: l'obiettivo finale è portare il discepolo, il praticante e lo studente, ad un completo stato di unificazione con l'universo, con il Tao quindi. Tutta la vita emerge dal Wuji, inconsapevolmente. Attraverso le pratiche taoiste è quindi possibile raggiungere l'immortalità (detta xian) e ritornare allo stato di Wuji, energia pura, dissolvendosi nell'Uno, quindi nel Tao. Affinità con concetti di altre filosofie Il Tao è un concetto simile al brahman induista. Per fare un paragone con la filosofia occidentale, invece, il Tao è paragonabile principalmente all'ápeiron di Anassimandro, o all'Essere immutabile e perfetto di Parmenide; si veda anche la riproposizione di Martin Heidegger, il quale avvicinò il suo concetto di Essere al taoismo e al buddhismo zen, in particolare l'identità tra senso nascosto del Tao e dell'Essere; inoltre si può fare un paragone con il Logos di Eraclito, degli stoici e di Giovanni evangelista, con l'Uno del platonismo, il Noumeno di Kant e dell'idealismo, lo slancio vitale di Bergson e l'Od di Karl von Reichenbach; la sua differenziazione mutevole è paragonabile allo scorrere nel divenire, alle idee platoniche che forgiano le forme sensibili). Il fisico Fritjof Capra ha tentato di conciliare il Tao con i moderni concetti scientifici della fisica quantistica e con l'olismo (alla maniera di quanto fatto da Carlo Rovelli con l'entanglement quantistico e la Śūnyatā del buddhismo) nel suo celebre testo Il Tao della fisica. Evoluzione Yin e Yang Da essi - Yin e Yang - deriva tutto il mondo visibile e invisibile della cosmologia taoista. I due principi, il divino individuo immaginario maschile e il divino immaginario femminile, iniziarono subito a interagire, dando origine alla suprema polarità o T'ai Chi o Taiji (Pronuncia Wu-ci), termine che indica anche l'omonima disciplina fisica. Il simbolo da tutti conosciuto come Taijitu è il più famoso di molti simboli che rappresentano questa suprema polarità e che sono chiamati T'ai Chi T'u. È importante evidenziare che nella filosofia Taoista Yin e Yang non hanno alcun significato morale, come buono o cattivo, e sono considerati elementi di differenziazione complementari. Da essi deriva il qi (detto anche ki o chi) l'energia che scorre nel mondo fisico, nell'orizzonte naturalista del taoismo, rappresentato dai cinque elementi (acqua, legno, fuoco, metallo, terra), che si combinano a loro volta nelle otto forze; dal Tao, unica vera "divinità", derivano anche divinità minori, personificazioni di forze naturali (si veda la teologia taoista) o maestri divinizzati (Laozi, gli immortali tra cui gli otto saggi immortali, ecc.). Essendo il Tao ineffabile, cioè indescrivibile, per comprenderlo si può ricorrere alla seguente analogia, tratta da Lao-tzu: immagina una persona che cammina su una strada, portando sulle spalle un fusto di bambù. Alle due estremità del bambù, sono appesi due secchi. I due secchi rappresentano lo yin e lo yang. Il bambù rappresenta il Tai Chi, l'entità che collega lo yin e lo yang. La strada è il Tao. Ordine di scrittura Il Tao può essere interpretato come una "risonanza" che risiede nello spazio vuoto lasciato dagli oggetti solidi. Allo stesso tempo, esso scorre attraverso gli oggetti dando loro le caratteristiche. Nel Tao Te Ching si dice che il Tao nutra tutte le cose, che crea una trama nel caos. La caratteristica propria di questa trama è una condizione di inappagabile desiderio, per cui i filosofi taoisti associano il Tao al cambiamento; le rappresentazioni artistiche che tentano di rappresentare il Tao sono caratterizzate da flussi. Se per il confucianesimo il Tao rappresenta un principio etico, una norma di comportamento sociale, per il taoismo esso non è altro che il processo di mutamento e divenire di tutte le cose. Nel Libro dei mutamenti si legge: "Una volta yin, una volta yang, ecco il tao". Questa definizione del Tao come risultato dell'alternanza di yin (principio femminile) e yang (principio maschile) sintetizza nel modo più appropriato l'idea di perenne divenire implicita nel Tao, che è costantemente incostante, comprensivo di ogni cosa e del suo opposto, di essere e non-essere, di vivere e morire, di conoscere e non-conoscere. Dunque, ogni qualità è potenzialmente presente nel Tao e si sviluppa in maniera spontanea, dando così origine e inserendosi in un universo concepito in termini non statici ma dinamici, il cui "ordine naturale" esclude però l'intervento finalizzato umano (secondo la concezione del wu wei, "non agire") in quanto nocivo al libero gioco delle alternanze. «Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra...» (Laozi, Daodejing (incipit), trad. di Paolo Siao Sci-yi) Il carattere cinese dào. Il carattere 道 significa "via", ma anche "percorso". A partire dalla dinastia Zhou orientale (770-256 a.C.) ha iniziato a significare la "via corretta" o la "via naturale". Ma anche "mostrare la via" quindi "insegnare", "metodo da seguire" e infine "dottrina". Nei Lúnyǔ (論語) di Confucio si dice che uno Stato "ha il 道 se è ben governato" o anche che il "re dedica se stesso al 道". Da notare che il carattere 道 si compone di 首 ( qiú "testa" quindi "principale") + una variante del carattere 止 ( zhǐ nel significato arcaico di "piede") combinata con 行 ( xíng, "percorrere"): quindi "incedere sul percorso principale". Il carattere cinese dào con il suo ordine di scrittura Il Taijitu (T'ai Chi T'u), rappresentazione di Yin e yang. Il taoismo o daoismo, (道教 pinyin: dàojiào, "dottrina del Tao") designa le dottrine a carattere filosofico e mistico, esposte principalmente nelle opere attribuite a Laozi e Zhuāngzǐ (composte tra il IV e III secolo a.C.), sia la religione taoista, istituzionalizzatasi come tale all'incirca nel I secolo d.C. , non possiede un insegnamento fondamentale come il confucianesimo o un credo e pratica unitari. È principalmente una religione cosmica, centrata sul posto e la funzione dell'essere umano, di tutte le creature e dei fenomeni in esso. Nel tempo se ne sono sviluppate diverse scuole e interpretazioni. Nonostante la distribuzione ubiquitaria in Cina e la ricchezza di testi, si tratta probabilmente della meno conosciuta tra le maggiori religioni al mondo. Come ricorda Stephen R. Bokenkamp i cinesi non possedevano un termine per indicare le proprie religioni fino all'arrivo del buddhismo nei primi secoli dopo Cristo (la prima introduzione del buddismo in Cina sarebbe avvenuta nel 64 d.C.), quando opposero al Fójiào (佛教, gli insegnamenti del Buddha), il Dàojiào (道教, gli insegnamenti del Tao). Dall'influenza del taoismo sul Buddhismo Mahāyāna indiano probabilmente si sviluppò il Chan/Zen. Più precisamente nell'epoca preimperiale (antecedente al III secolo a.C.) il termine "dàojiào" era utilizzato dai seguaci di Mozi per designare i confuciani. Solo dal quinto secolo in avanti vediamo utilizzato questo termine per intendere la dottrina del Dao. Allo stesso modo, Farzeen Baldrian[senza fonte] e T.H. Barret rammentano come gli studiosi classificatori del periodo Han indicarono, in modo "mal definito", come Dàojiā (道家, scuola daoista) autori ed opere a loro precedenti. Mario Sabattini e Paolo Santangelo così concludono: «Le concezioni che emergono dalle opere taoiste non presentano un carattere univoco; quasi certamente esse abbracciano tendenze diverse che sono andate via via stratificandosi in un corpus di testi, cui solo in epoca successiva si è voluto attribuire la natura di un complesso dottrinario omogeneo.» (Mario Sabattini e Paolo Santangelo. Storia della Cina. Bari, Laterza, 2000, pag.131-2) Ancora il termine daoismo con il suo suffisso -ismo non avrebbe quindi alcuna controparte nella lingua cinese. Esso verrebbe utilizzato in tal modo solo negli scritti occidentali. Ulteriore fonte di complessità nell'approccio al daoismo, è il sostanziale pregiudizio sorto fin dai primi contatti con religiosi occidentali che spesso videro in tale religione una corrente fortemente degenerata. Tale visione è andata via via stemperandosi nel tempo, raggiungendo forse attualmente un certo distacco Risulta quindi chiaro come questa dottrina sia eterogenea, le cui ragioni sono da attribuire principalmente alla mancanza di un singolo fondatore ed alla assenza di un canone definito. Essa ha raggiunto un minimo grado di omogeneità, non in base a spinte interne, bensì a seguito di agenti esterni (ovvero spinte governative che cercavano di controllare la formazione del clero e il numero dei templi). Nel Daoismo andrebbero quindi compresi: a) i primi testi filosofici come il Daodejing e lo ZhuangZi b) le pratiche anticonfuciane dell'allontanamento dalla pratica politica tramite il ritiro in eremitaggio, distante dagli uffici di governo c) alcuni tipi di arti (pittura, musica, calligrafia) basati sul libero flusso, senza sforzo d) qualsiasi tipo di pratica che non sia Buddhista o Confuciana prima del V secolo d.C (quando il daoismo fu istituito come canone[senza fonte] e) il Daojiao prima dell'arrivo del buddhismo in Cina. Così infatti gli studiosi denominarono il termine daojiao; ricordo ancora, come già segnalato prima, come inizialmente, la religione cinese non avesse un nome che la definisse. Tale nome (daojiao) verrà adottato dopo l'arrivo del Buddhismo (fojiao). Addentrandosi nel problema, sorge spontaneo chiedersi se si possa stabilire una "ortodossia" nel daoismo (per alcuni accenni a una possibile "ortodossia", vedi anche inquadramento generale). La risposta è, a grandi linee, negativa; seguito due delle tante possibili esplicazioni: l'esordio del Daodejing (presente nell'incipit di questa voce) la seguente descrizione di Stephen Bokenkamp: (EN) «The term "Daoism" is used in writings on China to cover a wide variety of phenomena, from a bibliographic classification of philosophical texts—including the Zhuangzi, the Laozi, and other works—to vaguely defined attitudes: the love of nature, the pursuit of personal freedom, and a concomitant antipathy toward the Confucian-inspired social order, an antipathy shared by a number of recluses and disillusioned former officials throughout the course of Chinese history. In this way, Daoism and Confucianism have come to be seen as the yin and yang poles of Chinese thought. Nearly every figure in the history of Chinese society who cannot be readily identified as Confucian is apt to be portrayed as a Daoist. Those so identified include a disparate collection of practitioners, mystics, and thinkers—healers, shamans, alchemists, seekers of immortality, figures from popular religion who managed to find mention in the dynastic histories, and even a few Confucians who, toward the end of their lives, withdrew from society and found solace in one or another of the philosophical works bibliographically classed as Daoist, or even in the Daoist religion itself.» (IT) «Il termine "daoismo" è usato nei testi che trattano la Cina per coprire un'ampia varietà di fenomeni, dalla classificazione bibliografica di testi filosofici - che includono Zhuāngzǐ, Laozi ed altri lavori - a vaghi modi di sentire: l'amore per la natura, la ricerca della libertà personale, la concomitante antipatia per l'ordine sociale ispirato dal confucianesimo, un sentimento scambiato e condiviso, nel corso della storia della Cina, da un numero di ex funzionari eremiti e delusi. In quest'ottica il daoismo ed il confucianesimo devono essere visti come i poli yin e yang del pensiero cinese. Praticamente ogni figura della storia della società cinese, che non possa essere identificato come confuciano, è adatto ad essere considerato daoista. Questi ultimi comprendono quindi guaritori, mistici, terapeuti-intellettuali, sciamani, alchimisti, ricercatori dell'immortalità, figure provenienti dalla religione popolare che riuscivano a trovare menzione nelle storie dinastiche, ed anche i pochi confuciani che, alla fine delle loro vite, si allontanavano dalla società e trovavano conforto in uno dei lavori filosofici, classificati dal punto di vista bibliografico come daoisti, od anche nella religione daoista stessa.» (Stephen R. Bokenkamp, Early Daoist Scriptures) Ma la situazione è ancora più complessa, se un autore daoista come Lu Xiujing (陸修靜) (vissuto nel V secolo dopo Cristo), aveva potuto affermare che "alcuni scritti daoisti paiono scritti da persone malate di mente, senza alcuna capacità di ricercare il numinoso e mancanti del desiderio di raggiungere la perfezione. Essi avrebbero scritto [questi testi basati su] quello che erano in grado di captare [delle scritture originali], assumendo falsamente il nome di "daoista" nella loro avida ricerca di guadagno", «È in gioco l'acquisizione di uno stile, non di una dottrina, quindi più che una credenza od una dottrina, il Taoismo è una pratica» Il Daoismo è uno dei tre insegnamenti cinesi, ovvero buddismo, daoismo e confucianesimo ed a differenza di quest'ultimo che lo possiede, il «daoismo non ha né data né luogo di nascita». Esso «non è mai stato una religione unitaria, ma una combinazione costante di insegnamenti fondati su rivelazioni originarie diverse». Prese forma gradualmente, durante un lungo cammino, integrando diverse correnti. Il daoismo scaturisce infatti da un movimento di pensiero nato dalla combinazione del patrimonio concettuale comune cinese (ovvero il Qi, lo Yin e lo Yang, i cinque elementi), lo sciamanesimo o magia wu, basato per lo più su danze frenetiche e stati estatici (praticato principalmente da donne). le opere spirituali di Laozi e di Zhuāngzǐ a questi si sono aggiunti nel tempo alcuni concetti confuciani.(dal II secolo d.C. circa con il Neotaoismo) e buddisti (a cominciare circa dal 370 d.C.). Concetto centrale del Daoismo è ovviamente il Dao, ovvero la base metafisica dell'ordine naturale. Se il Dio del daoismo può essere concepito come una sorta di "Principio ordinatore unico ed immanente del mondo", non troppo dissimile dall'Armonia di Pitagora, il Logos di Eraclito, lo Shinto giapponese, il Dharma del buddismo, è però fondamentale riconoscere che si tratta di un principio acosmico[senza fonte] che manca di creazione e finalità, esso non realizza nulla fuorché la sua implicità. Se ne deve rimarcare anche la specificazione non troppo dissimile, in quanto essa rifiuta la reificazione e la definizione (vedi anche l'incipit di questa voce). Non tollerare la reificazione, significa intendere l'attività pratica e la "crescita personale", superiori all'intellettualizzazione ed alla concettualizzazione filosofica. Si può quindi, essere daoisti senza avere necessariamente una definizione ed esplicazione di cosa sia il dao. Esso rifiuta quindi l'idea che una via non sia percorribile senza una concettualizzazione coerente. Per il mondo cinese un Dio creatore sopramondano, di carattere personale è inconcepibile. Ne consegue che nella cultura cinese non esiste un'ascesi orientata sulla antitesi tra Dio e creatura. La nostra metafisica (cristiana) per un cinese è quindi globalmente incomprensibile. Il concetto di causalità è assente nel pensiero originario cinese; da questo ne segue l'assenza di una idea di Dio come primum movens. Ovviamente l'entrata in Cina del Buddhismo (verso il I secolo d.C.) ha modificato di non poco questo atteggiamento tipico (si pensi infatti all'idea di Karma).[senza fonte] Anche l'dea di libertà personale non è stata elaborata dal punto di vista concettuale; essi hanno però elaborato la disponibilità. Ad esemplio lo I Ching deve essere utilizzato non per il singolo, ma per il bene comune: il mio Bene può essere messo da parte se fa il Bene di tutto. Il daoismo (in particolare quello dei due principali maestri) tende a non dare chiari codici comportamentali, (a differenza ad esempio del confucianesimo) ritenendo che la spontaneità sia la miglior guida. Tuttavia se «vivere il taoismo significa accettare il caos [...], non legittima la licenziosità, l'arroganza, la violenza, la sopraffazione, uno stato di natura per cui "tutto va bene"». Esso quindi esalta la spontaneità, sostenendo che tutto avvenga spontaneamente; crede che esista un «meccanismo di autoregolazione che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza»[29]. Qui il daoismo denuncia la sua provenienza dalla classe contadina (per cui l'agricoltura, nonostante la cura, obbedisce ad orologi interni ed esterni, atmosferici, e per cui il vero motore è la natura). Se condanna i desideri (fenomeno tipico anche del buddhismo), i daoisti auspicano una condizione in cui si desidera non avere più desideri, a differenza dei buddisti che rifiutano apertamente la brama che vincola alla vita. Non a caso focalizza ed enfatizza l'azione che nasce dalla non azione: wei-wu-wei (azione senza azione). Il daoismo ha una forte tensione sincretica, nel tentativo di integrare tutta una serie di insegnamenti differenti (dall'iniziale sciamanesimo, al Buddhismo Chán...), ma allo stesso tempo ne esalta la autosufficienza sottolineando la distinzione dalle altre vie. Un tempio daoista del Monte Longhu, in Jiangxi Spesso il daoismo viene scolasticamente suddiviso in daoismo filosofico (cinese: 道家; Wade-Giles: tao-chia; pinyin: dàojiā) o "scuola" daoista e daoismo religioso (cinese: 道敎; Wade-Giles: tao-chiao; pinyin: dàojiào) o "religione" daoista o anche, rispettivamente, daoismo contemplativo e daoismo interessato. Questa divisione, oramai rifiutata da molti sinologi è fondamentalmente minata all'interno. alcuni autori distinguono anche, all'interno del Daoismo. Tale suddivisione quindi, ancora presente in alcuni scritti e comunque riscontrabile spesso in occidente, è indubbiamente artificiosa ed erronea. Per la Robinet, nascerebbe da una intrinseca difficoltà occidentale all'esperienza mistica, e sarebbe stata per lo più creata, da persone che non avevano studiato i testi del cosiddetto "taoismo religioso". Il termine "dao" significava originariamente «la via» e, per traslato, Daojia indicherebbe «il sentiero che uno dovrebbe percorrere e che viene insegnato»: il fuoco è posto sul contenuto. Gli interpreti moderni fanno iniziare il Daojia con il Daodejing e lo Zhuangzi (anche se è utile segnalare che probabilmente i due autori mai si influenzarono a vicenda). Quindi il Daoja identificato principalmente nei testi dei primi maestri (LaoZi e ZhuangZi) avrebbe il significato di «via ultima, ovvero via che sublima tutti i differenti e multiformi percorsi umani esistenti». Cio su cui si punta l'attenzione è il contenuto sapienziale. Lo Zhuangzi, gli scritti di alcuni dei principali filosofi degli Stati Combattenti come Shen Dao, Yang Zhu, Heguan Zi, il Neiye (Inner Training) e Xinshu (Arts of the Heart) alcuni capitoli del Guanzi, il Daoyuan, il rotolo dei manoscritti Mawangdui, il Huaillan Zi. Ancora la Robinet considera relati al daoijao lo Xuanxue (Metafisica dell'arcano) ed il Liezi, pur esprimendo opinioni oscillanti sull'appartenenza della metafisica dell'Arcano nel daoismo; pone pure nella stessa corrente il Qingjingjing, il Xishengjing, il Yinfu Jing, i testi del Neiguan, lo Zuowang ed il Chongxuan Il Daojia consisterebbe nelle speculazioni che accompagnano o coronano questa ascesi, esito quindi dell'ascesi stessa, al contrario con il termine "daojiao", sempre per Robinet, connesso con il sacro, gli dei, gli spiriti, sarebbe da intendersi «l'insegnamento della via», l'ottenimento di una trascendenza personale, «l'ascesi, l'addestramento, la procedura». Non a caso la sinologa francese sostiene che gli aspetti contemplativi, intenzionali o di applicazione politica sono presenti in entrambe le "dimensioni". Se per certi uomini, gli imperatori in particolare, l'aspetto importante della religione era prolungare la vita e migliorare le proprie condizioni di salute, originariamente le tecniche furono indubbiamente destinate all'estasi ed all'esperienza mistica. Storia dell'utilizzo del termine Daojiao Il termine Daojiao nella pratica, ha avuto svariate sfaccettature di utilizzo. Usato in modo estremamente indeterminato, nella prima fase preimperiale (ovvero fino al 221 a. C.) solo nel V secolo si iniziò ad utilizzare nel senso con cui noi lo intendiamo oggi. Fino ad allora i vari gruppi "religiosi" rimasero in qualche modo disuniti, connessi tra di loro solo per un opporsi ai vari culti locali ma, da tale data in avanti, si tentò di fornirgli una unità, sul modello del buddismo (da cui in modo esplicito cercavano di diversificarsi ed opporsi) e tutto questo si estrinsecò nella formazione di una letteratura canonica, la codificazione di rituali e norme sacerdotali. Con questa fase di omogeinizzazione si ha la creazione di una vera e propria religione, tramite la codificazione di rituali, lo stabilirsi di una letteratura canonica esplicita e quindi verificabile, la fondazione di monasteri daoisti sul tipo di quelli buddisti, e quindi rappresenta la fondazione di una vera propria religione, non solo l'assemblaggio di elementi tra loro. La reazione dei buddisti fu inevitabile, da una parte tentarono di "mettere in cattiva luce il daoismo agganciandosi anche alla soteriologia "terrena" dello stesso; il daoismo, d'altra parte, era ben più in accordo alla simbologia imperiale cinese di quanto lo fosse la religione dharmica. Secondo Arena la divisione nei due corsi sarebbe, a suo parere, avvenuto durante il periodo Wei e Jin (quindi all'incirca tra le prime metà del III e la prima metà del V secolo d.C.), in corrispondenza con il Neotaoismo, che rifiutava completamente le arti magiche e la religione popolare. In questa visione assume importanza il concetto di Lignaggio: esso rappresenterebbe il punto di unione tra il divino e gli esseri umani attuali: ciò avverrebbe tramite una sorta di depersonalizzazione degli antenati, atti a supportare una certa idea di società. Questo lignaggio ha una dimensione antropomorfica, traducendosi in antenati , santi, identità mitiche. Cinque precetti Nel Taoismo, i Cinque Precetti (cinese: 五戒; pinyin: Wǔ Jiè; Jyutping: Ng5 Gaai3) costituiscono il codice etico di base intrapreso principalmente dai praticanti laici. Per monaci e monache ci sono precetti più avanzati e più severi. I Cinque Precetti sono quasi gli stessi dei Cinque Precetti del Buddismo; tuttavia, ci sono piccole differenze per adattarsi alla società cinese. Secondo il daozang di Zhengtong i cinque precetti di base sono: Non uccidere. Non rubare. Nessuna cattiva condotta sessuale. Non dire falsa testimonianza. Non assumere sostanze intossicanti. Le brevi definizioni sono state estratte dal alcuni passi dell'opera: «Laozi disse: "Il precetto contro l'uccisione è: tutti gli esseri viventi, inclusi tutti i tipi di animali, e quelli piccoli come insetti, vermi e così via, sono contenitori dell'energia increata, quindi non si dovrebbe uccidere nessuno di loro".» «Laozi disse: "Il precetto contro il furto è: non si deve prendere nulla che non si possiede e che non gli sia dato, che appartenga a qualcuno o no".» «Laozi ha detto: "Il precetto contro la cattiva condotta sessuale è: se si verifica una condotta sessuale, ma non è con il coniuge sposato, è una cattiva condotta sessuale. Per quanto riguarda un monaco o una monaca, lui o lei non dovrebbero mai sposarsi o praticare rapporti sessuali con chiunque."» «Laozi ha detto: "Il precetto contro il falso discorso è: se uno non è stato testimone di ciò che è accaduto ma ha detto qualcosa agli altri, o se uno mente sapendo che è una bugia, questo costituisce Falso discorso".» «Laozi disse: "Il precetto contro l'assunzione di sostanze intossicanti è: non si dovrebbe prendere alcuna bevanda alcolica, a meno che non debba prenderne per curare la propria malattia, per intrattenere gli ospiti con una festa o per condurre cerimonie religiose".» «Laozi aveva detto: "Questi cinque precetti sono i fondamenti per mantenere il proprio corpo in purezza, e sono le radici del sostegno dei santi insegnamenti. Per quegli uomini virtuosi e le donne virtuose che godono degli insegnamenti virtuosi, se possono accettare e mantenere questi precetti, e non violano mai nessuno di essi fino alla fine della loro vita, sono riconosciuti come quelli con pura fede, otterranno la Via del Tao, otterranno i santi principi e raggiungeranno per sempre il Tao, la Realtà."» Dottrina Questa sezione è basata principalmente sulle dottrine di Laozi, di Zhuāngzǐ e di Liezi. «Il Dao che può essere detto non è l'eterno Dao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome...» Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora «Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. Ma i cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: -Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento?- La parola Tao è la risposta a questa domanda.» (Alan Watts, Il significato della felicità) Quindi un cinese non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità. Il buddismo, importato dall'India promuove (come il Daoismo) l'armonia con la natura ma, il suo punto focale è l'eradicazione della sofferenza nell'uomo, attraverso la meditazione e l'illuminazione La relativa vicinanza di temi rispetto al buddhismo — pur nella sostanziale differenza di prospettive — ha fatto sì che si creassero diverse forme di sincretismo fra le due fedi, con condivisione e scambio di elementi religiosi e divinità. Il che è avvenuto soprattutto sotto le dinastie Sui e Tang. Il contatto del buddismo con la tradizione daoista ha portato alla scuola del buddhismo Zen, diffusa soprattutto in Giappone. Rapporti con il confucianesimo «Il confucianesimo dunque, rappresenta il lato pratico, sobrio, sociale della vita e del carattere del popolo cinese, bilanciato, in questo senso, dal taoismo, che rappresenta l'aspetto metafisico, artistico, allegro.» Pur promuovendo una vita in armonia con la natura, l'intento del Confucianesimo è di ordine, morale e politico. I rapporti con il confucianesimo sono molto complessi. Le due correnti di pensiero infatti scaturiscono da premesse molto differenti: il confucianesimo dà rilevanza all'aspetto politico e sociale dell'uomo il daoismo invero pone l'attenzione al lato individuale, esistenziale, ed alla relazione degli esseri con la Natura. Ma la questione diviene via via più complessa se possiamo leggere una netta avversione per Kǒngzǐ (più noto come Confucio) e la sua corrente, in Zhuāngzǐ e Liezi ed al contrario, trovarlo descritto come esempio massimo di maestro, in alcuni filosofi neotaoisti (quali Wang Pi e Kuo Hsiang. Marcel Granet segnala come i "taoisti si segnalarono per il disprezzo dei doveri sociali, per la cura della discipline tecniche e per una predilezione per l'ontologia" a differenza degli ortodossi (confuciani) cui "le speculazioni sulle cose interessavano poco, e solo uno sforzo di cultura permetteva di praticare sinceramente il conformismo indispensabile alla vita sociale" Anche in Kang-Tsang-Tzu, daoista dell'VIII secolo d.C., c'è il tentativo di portare nel daoismo elementi confuciani, ad esempio nell'esercizio della pietà filiale, e nella pratica dei riti e della musica Spesso il confucianesimo ha rimproverato al daoismo un certo grado di egoismo in quanto il daoismo sarebbe distante dall'agire sociale e ricercherebbe per lo più la salvezza individuale Altra grande differenza è il Li (ovvero l'attenzione al rituale) che era uno strumento fondamentale, mentre erano considerati non importanti per i daoisti. D'altra parte il confucianesimo riuscì a liberarsi di tutti i residui orgiastici ed estatici. Altra differenza tra daoismo e confucianesimo riguarda il confronto con l'apparato burocratico dello stato. Per il daoista ideale è uno stato poco burocratico ed ideali erano piccole comunità fondate sul modello contadino, mentre per il confuciano, la burocrazia centralizzata dello stato era preponderante. Ma ancora, mentre per il daoista il sovrano doveva raggiungere l'unione mistica con il Dao per ben governare, per il confuciano al sovrano bastava l'approvazione celeste e la appropriazione di virtù etico sociali. Rapporti con il legismo Tale filosofia era priva di aspetti religiosi e mistici e focalizzava i propri insegnamenti sull'obbedienza alle leggi. Una sintesi tra alcuni elementi delle due dottrine è presente in Kang-Tsang-Tzu. Tratti legisti, oltre che confuciani, emergono in un testo spurio, di chiare fattezze daoiste, che si presenta anche come Commentario al Daodejing, e cioè Wenzi. Rapporti con la religione popolare cinese Sia per un daoista che per un confuciano, la religione popolare, sostanzialmente animistica, aveva ben poco significato. Entrambe le filosofie cercavano un tipo di redenzione, pur con percorsi ben diversi, ed entrambe le correnti erano convinte che un governo ideale servisse molto più che le pratiche religiose a tenere a debita distanza i "demoni". Come scritto in precedenza, il daoismo è più una pratica, piuttosto che una credenza. È una pratica di caste sacerdotali gelose del loro insegnamento e della loro elitarietà. Ancora importante è il legame con il potere centrale presso la corte dell'imperatore. Ma qui i metodi dei maestri daosti potevano cambiare da persona a persona e da scuola a scuola: "essi vanno da una gestione saggia del ruolo di consigliere dell'imperatore, al non intervento basato sul fatto che l'ordine si instaura naturalmente se gli uomini non interferiscono, od ancora alle grandi cerimonie propiziatorie." Altri daoisti si rifiutarono di recarsi a corte alla chiamata dell'imperatore. Altri, come i famosi sette saggi del bosco di bambù 竹林七賢 si ritirarono ad una vita ai margini, per lo più ubriachi. Questa propensione anarchica naturale nel daoismo, insieme ai legami con larghi strati popolari, ha fatto sì che parecchie ribellioni contro i poteri fossero guidati da daoisti (vedi ad esempio quella delle "Cinque misure di riso", quella di Sue En nel 399 d.C. e di Zhong Xiang nel XII secolo, oppure la rivolta dei Boxer nel XX secolo). Approssimativamente si può sostenere che la religione cinese abbia un punto cardine: l'assenza di interessi puramente individuali; esprimendosi poi in due filoni principali un culto di stato ufficiale che persegue gli interessi della comunità, ed in cui sono presenti spiriti della natura fortemente spersonalizzati svuotati di tutti i fattori emozionali, accompagnato dall'orgogliosa rinuncia all'aldilà. Una religione popolare costituita dal culto degli antenati al servizio del gruppo familiare stesso[ e con la comparsa di divinità di funzione (che presiedevano quindi alle varie attività umane); Statua in pietra di Laozi Secondo Weber il culto ufficiale (fortemente impersonale) era fondamentalmente incomprensibile per la grande massa di contadini che, di conseguenza, si rivolsero alle suddette divinità di funzione, ignorate invece dal potere centrale. Non solo, ma la "intellighenzia" considerava eterodossa la cosiddetta religione popolare (con esclusione del buddismo) che aveva una considerazione a parte, manifestando invero un certo imbarazzo nei suoi confronti pur sospendendo qualsiasi giudizio su questo genere di approccio (in modo non dissimile a quanto accadeva nella Grecia classica tra filosofia e religione). Tipicamente cinese è anche il sentimento per cui il mondo della natura e la società umana, siano strettamente legati e solidali. Questo sentimento, secondo Marcel Granet, per lo più solo emotivo all'inizio, diventò, col tempo, fortemente dogmatico. Fin dall'epoca feudale (all'incirca il IX secolo a.C.) ed andando via via un poco attenuandosi, si evidenzierà una grande scissione tra la vita dei contadini e quella dei cittadini. Già sopra abbiamo menzionato come il potere centrale si disinteresserà delle divinità di funzione, preferite invero dal mondo contadino. Indubbiamente questa scissione teorica tra daoismo "istituzionalizzato" e religione popolare è rigida e scolastica. Testo tratto da Appunti, Web Site, Libri, Memoriali storici Wykipedia is a free online encyclopedia Integrazione a cura del M° Michele Zannolfi Redazione Istruttori Moretti & Tagliaferri 私たちはすでに言われた言葉であり、行動はすでに行われています Watashitachi wa sudeni iwa reta kotobadeari, kōdō wa sudeni okonawa rete imasu Noi siamo le parole già dette, le azioni già compiute
ERUDIAR ET ERUDIETUR Il Tao (道T, DàoP, TaoW; letteralmente la Via o il Sentiero) è uno dei principali concetti della storia del pensiero cinese, e il centro della religione taoista. Si tratta di un termine di difficile traduzione, inizialmente concepito come una potenza inesauribile che sfugge a qualunque tentativo di definizione. Il carattere cinese 道 (la cui parte inferiore è il radicale cinese "piede") esprime innanzitutto il concetto di movimento, di flusso: dunque si può tentare di definire il Tao come l'eterna, essenziale e fondamentale forza che scorre perennemente attraverso tutta la materia dell'Universo. In ambito occidentale, viene talvolta tradotto come il Principio. Nella filosofia taoista tradizionale cinese, il Tao è l'Universo stesso: quell'eterno, inesauribile "divenire", in costante movimento. Tenendo presenti questi riferimenti, volendolo definire con una parola, il Tao "è". Nel contesto della storia del pensiero cinese, il concetto di Tao acquisisce grande importanza in seno alla tradizione taoista, salvo poi estendere la sua influenza a tutto il panorama filosofico e speculativo cinese, fino ad essere integrato, riassorbito e reinterpretato da una molteplicità di scuole di pensiero, ivi inclusa quella confuciana. Nel corso dei secoli questa influenza si estenderà a molte altre delle cosiddette filosofie e scuole di pensiero orientali. Il filosofo Laozi (Lao-tzu), mitico fondatore del taoismo, mette in chiaro che prima di tutto vi era un non-essere trascendente e indifferenziato (che tuttavia non è il "nulla"), "la Via" (detta anche "origine", la "Madre", la "femmina oscura", ecc.), il Tao appunto, che diede origine all'essere (detto "la madre dei viventi"), ciò che esiste e da cui nacque il mondo; anch'esso, tuttavia, è parte del Tao stesso, poiché della sua stessa natura, ma ha dei confini. Si tratta quindi di una filosofia del mutamento, in cui il Tao iniziale è però immutabile (e non può essere "detto", ma può essere mostrato), eppure muta (e in questa forma "non è una via costante", dice Lao-tzu), una sorta di panenteismo (posizione che coniuga trascendenza e immanenza, in maniera monista). Il Tao all'inizio del tempo - nello stato di non-essere - era in uno stato chiamato wu ji (无极 = assenza di differenziazioni/assenza di polarità). A un certo punto - nell'essere - si formarono due polarità di segno diverso che rappresentano i principi fondamentali dell'universo, presenti nella natura: Yin, il principio negativo, freddo, luna, femminile ecc. sono simboleggiati dal nero. Yang, il principio positivo, caldo, sole, maschile, ecc. sono simboleggiati dal bianco. Lo scopo del taoista è comprendere questa evoluzione e le successive, e tornare, tramite la meditazione e la retta pratica di vita, ad avvicinarsi all'unità iniziale del Tao: l'obiettivo finale è portare il discepolo, il praticante e lo studente, ad un completo stato di unificazione con l'universo, con il Tao quindi. Tutta la vita emerge dal Wuji, inconsapevolmente. Attraverso le pratiche taoiste è quindi possibile raggiungere l'immortalità (detta xian) e ritornare allo stato di Wuji, energia pura, dissolvendosi nell'Uno, quindi nel Tao. Affinità con concetti di altre filosofie Il Tao è un concetto simile al brahman induista. Per fare un paragone con la filosofia occidentale, invece, il Tao è paragonabile principalmente all'ápeiron di Anassimandro, o all'Essere immutabile e perfetto di Parmenide; si veda anche la riproposizione di Martin Heidegger, il quale avvicinò il suo concetto di Essere al taoismo e al buddhismo zen, in particolare l'identità tra senso nascosto del Tao e dell'Essere; inoltre si può fare un paragone con il Logos di Eraclito, degli stoici e di Giovanni evangelista, con l'Uno del platonismo, il Noumeno di Kant e dell'idealismo, lo slancio vitale di Bergson e l'Od di Karl von Reichenbach; la sua differenziazione mutevole è paragonabile allo scorrere nel divenire, alle idee platoniche che forgiano le forme sensibili). Il fisico Fritjof Capra ha tentato di conciliare il Tao con i moderni concetti scientifici della fisica quantistica e con l'olismo (alla maniera di quanto fatto da Carlo Rovelli con l'entanglement quantistico e la Śūnyatā del buddhismo) nel suo celebre testo Il Tao della fisica. Evoluzione Yin e Yang Da essi - Yin e Yang - deriva tutto il mondo visibile e invisibile della cosmologia taoista. I due principi, il divino individuo immaginario maschile e il divino immaginario femminile, iniziarono subito a interagire, dando origine alla suprema polarità o T'ai Chi o Taiji (Pronuncia Wu-ci), termine che indica anche l'omonima disciplina fisica. Il simbolo da tutti conosciuto come Taijitu è il più famoso di molti simboli che rappresentano questa suprema polarità e che sono chiamati T'ai Chi T'u. È importante evidenziare che nella filosofia Taoista Yin e Yang non hanno alcun significato morale, come buono o cattivo, e sono considerati elementi di differenziazione complementari. Da essi deriva il qi (detto anche ki o chi) l'energia che scorre nel mondo fisico, nell'orizzonte naturalista del taoismo, rappresentato dai cinque elementi (acqua, legno, fuoco, metallo, terra), che si combinano a loro volta nelle otto forze; dal Tao, unica vera "divinità", derivano anche divinità minori, personificazioni di forze naturali (si veda la teologia taoista) o maestri divinizzati (Laozi, gli immortali tra cui gli otto saggi immortali, ecc.). Essendo il Tao ineffabile, cioè indescrivibile, per comprenderlo si può ricorrere alla seguente analogia, tratta da Lao-tzu: immagina una persona che cammina su una strada, portando sulle spalle un fusto di bambù. Alle due estremità del bambù, sono appesi due secchi. I due secchi rappresentano lo yin e lo yang. Il bambù rappresenta il Tai Chi, l'entità che collega lo yin e lo yang. La strada è il Tao. Ordine di scrittura Il Tao può essere interpretato come una "risonanza" che risiede nello spazio vuoto lasciato dagli oggetti solidi. Allo stesso tempo, esso scorre attraverso gli oggetti dando loro le caratteristiche. Nel Tao Te Ching si dice che il Tao nutra tutte le cose, che crea una trama nel caos. La caratteristica propria di questa trama è una condizione di inappagabile desiderio, per cui i filosofi taoisti associano il Tao al cambiamento; le rappresentazioni artistiche che tentano di rappresentare il Tao sono caratterizzate da flussi. Se per il confucianesimo il Tao rappresenta un principio etico, una norma di comportamento sociale, per il taoismo esso non è altro che il processo di mutamento e divenire di tutte le cose. Nel Libro dei mutamenti si legge: "Una volta yin, una volta yang, ecco il tao". Questa definizione del Tao come risultato dell'alternanza di yin (principio femminile) e yang (principio maschile) sintetizza nel modo più appropriato l'idea di perenne divenire implicita nel Tao, che è costantemente incostante, comprensivo di ogni cosa e del suo opposto, di essere e non-essere, di vivere e morire, di conoscere e non-conoscere. Dunque, ogni qualità è potenzialmente presente nel Tao e si sviluppa in maniera spontanea, dando così origine e inserendosi in un universo concepito in termini non statici ma dinamici, il cui "ordine naturale" esclude però l'intervento finalizzato umano (secondo la concezione del wu wei, "non agire") in quanto nocivo al libero gioco delle alternanze. «Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra...» (Laozi, Daodejing (incipit), trad. di Paolo Siao Sci-yi) Il carattere cinese dào. Il carattere 道 significa "via", ma anche "percorso". A partire dalla dinastia Zhou orientale (770-256 a.C.) ha iniziato a significare la "via corretta" o la "via naturale". Ma anche "mostrare la via" quindi "insegnare", "metodo da seguire" e infine "dottrina". Nei Lúnyǔ (論語) di Confucio si dice che uno Stato "ha il 道 se è ben governato" o anche che il "re dedica se stesso al 道". Da notare che il carattere 道 si compone di 首 ( qiú "testa" quindi "principale") + una variante del carattere 止 ( zhǐ nel significato arcaico di "piede") combinata con 行 ( xíng, "percorrere"): quindi "incedere sul percorso principale". Il carattere cinese dào con il suo ordine di scrittura Il Taijitu (T'ai Chi T'u), rappresentazione di Yin e yang. Il taoismo o daoismo, (道教 pinyin: dàojiào, "dottrina del Tao") designa le dottrine a carattere filosofico e mistico, esposte principalmente nelle opere attribuite a Laozi e Zhuāngzǐ (composte tra il IV e III secolo a.C.), sia la religione taoista, istituzionalizzatasi come tale all'incirca nel I secolo d.C. , non possiede un insegnamento fondamentale come il confucianesimo o un credo e pratica unitari. È principalmente una religione cosmica, centrata sul posto e la funzione dell'essere umano, di tutte le creature e dei fenomeni in esso. Nel tempo se ne sono sviluppate diverse scuole e interpretazioni. Nonostante la distribuzione ubiquitaria in Cina e la ricchezza di testi, si tratta probabilmente della meno conosciuta tra le maggiori religioni al mondo. Come ricorda Stephen R. Bokenkamp i cinesi non possedevano un termine per indicare le proprie religioni fino all'arrivo del buddhismo nei primi secoli dopo Cristo (la prima introduzione del buddismo in Cina sarebbe avvenuta nel 64 d.C.), quando opposero al Fójiào (佛教, gli insegnamenti del Buddha), il Dàojiào (道教, gli insegnamenti del Tao). Dall'influenza del taoismo sul Buddhismo Mahāyāna indiano probabilmente si sviluppò il Chan/Zen. Più precisamente nell'epoca preimperiale (antecedente al III secolo a.C.) il termine "dàojiào" era utilizzato dai seguaci di Mozi per designare i confuciani. Solo dal quinto secolo in avanti vediamo utilizzato questo termine per intendere la dottrina del Dao. Allo stesso modo, Farzeen Baldrian[senza fonte] e T.H. Barret rammentano come gli studiosi classificatori del periodo Han indicarono, in modo "mal definito", come Dàojiā (道家, scuola daoista) autori ed opere a loro precedenti. Mario Sabattini e Paolo Santangelo così concludono: «Le concezioni che emergono dalle opere taoiste non presentano un carattere univoco; quasi certamente esse abbracciano tendenze diverse che sono andate via via stratificandosi in un corpus di testi, cui solo in epoca successiva si è voluto attribuire la natura di un complesso dottrinario omogeneo.» (Mario Sabattini e Paolo Santangelo. Storia della Cina. Bari, Laterza, 2000, pag.131-2) Ancora il termine daoismo con il suo suffisso -ismo non avrebbe quindi alcuna controparte nella lingua cinese. Esso verrebbe utilizzato in tal modo solo negli scritti occidentali. Ulteriore fonte di complessità nell'approccio al daoismo, è il sostanziale pregiudizio sorto fin dai primi contatti con religiosi occidentali che spesso videro in tale religione una corrente fortemente degenerata. Tale visione è andata via via stemperandosi nel tempo, raggiungendo forse attualmente un certo distacco Risulta quindi chiaro come questa dottrina sia eterogenea, le cui ragioni sono da attribuire principalmente alla mancanza di un singolo fondatore ed alla assenza di un canone definito. Essa ha raggiunto un minimo grado di omogeneità, non in base a spinte interne, bensì a seguito di agenti esterni (ovvero spinte governative che cercavano di controllare la formazione del clero e il numero dei templi). Nel Daoismo andrebbero quindi compresi: a) i primi testi filosofici come il Daodejing e lo ZhuangZi b) le pratiche anticonfuciane dell'allontanamento dalla pratica politica tramite il ritiro in eremitaggio, distante dagli uffici di governo c) alcuni tipi di arti (pittura, musica, calligrafia) basati sul libero flusso, senza sforzo d) qualsiasi tipo di pratica che non sia Buddhista o Confuciana prima del V secolo d.C (quando il daoismo fu istituito come canone[senza fonte] e) il Daojiao prima dell'arrivo del buddhismo in Cina. Così infatti gli studiosi denominarono il termine daojiao; ricordo ancora, come già segnalato prima, come inizialmente, la religione cinese non avesse un nome che la definisse. Tale nome (daojiao) verrà adottato dopo l'arrivo del Buddhismo (fojiao). Addentrandosi nel problema, sorge spontaneo chiedersi se si possa stabilire una "ortodossia" nel daoismo (per alcuni accenni a una possibile "ortodossia", vedi anche inquadramento generale). La risposta è, a grandi linee, negativa; seguito due delle tante possibili esplicazioni: l'esordio del Daodejing (presente nell'incipit di questa voce) la seguente descrizione di Stephen Bokenkamp: (EN) «The term "Daoism" is used in writings on China to cover a wide variety of phenomena, from a bibliographic classification of philosophical texts—including the Zhuangzi, the Laozi, and other works—to vaguely defined attitudes: the love of nature, the pursuit of personal freedom, and a concomitant antipathy toward the Confucian-inspired social order, an antipathy shared by a number of recluses and disillusioned former officials throughout the course of Chinese history. In this way, Daoism and Confucianism have come to be seen as the yin and yang poles of Chinese thought. Nearly every figure in the history of Chinese society who cannot be readily identified as Confucian is apt to be portrayed as a Daoist. Those so identified include a disparate collection of practitioners, mystics, and thinkers—healers, shamans, alchemists, seekers of immortality, figures from popular religion who managed to find mention in the dynastic histories, and even a few Confucians who, toward the end of their lives, withdrew from society and found solace in one or another of the philosophical works bibliographically classed as Daoist, or even in the Daoist religion itself.» (IT) «Il termine "daoismo" è usato nei testi che trattano la Cina per coprire un'ampia varietà di fenomeni, dalla classificazione bibliografica di testi filosofici - che includono Zhuāngzǐ, Laozi ed altri lavori - a vaghi modi di sentire: l'amore per la natura, la ricerca della libertà personale, la concomitante antipatia per l'ordine sociale ispirato dal confucianesimo, un sentimento scambiato e condiviso, nel corso della storia della Cina, da un numero di ex funzionari eremiti e delusi. In quest'ottica il daoismo ed il confucianesimo devono essere visti come i poli yin e yang del pensiero cinese. Praticamente ogni figura della storia della società cinese, che non possa essere identificato come confuciano, è adatto ad essere considerato daoista. Questi ultimi comprendono quindi guaritori, mistici, terapeuti-intellettuali, sciamani, alchimisti, ricercatori dell'immortalità, figure provenienti dalla religione popolare che riuscivano a trovare menzione nelle storie dinastiche, ed anche i pochi confuciani che, alla fine delle loro vite, si allontanavano dalla società e trovavano conforto in uno dei lavori filosofici, classificati dal punto di vista bibliografico come daoisti, od anche nella religione daoista stessa.» (Stephen R. Bokenkamp, Early Daoist Scriptures) Ma la situazione è ancora più complessa, se un autore daoista come Lu Xiujing (陸修靜) (vissuto nel V secolo dopo Cristo), aveva potuto affermare che "alcuni scritti daoisti paiono scritti da persone malate di mente, senza alcuna capacità di ricercare il numinoso e mancanti del desiderio di raggiungere la perfezione. Essi avrebbero scritto [questi testi basati su] quello che erano in grado di captare [delle scritture originali], assumendo falsamente il nome di "daoista" nella loro avida ricerca di guadagno", «È in gioco l'acquisizione di uno stile, non di una dottrina, quindi più che una credenza od una dottrina, il Taoismo è una pratica» Il Daoismo è uno dei tre insegnamenti cinesi, ovvero buddismo, daoismo e confucianesimo ed a differenza di quest'ultimo che lo possiede, il «daoismo non ha né data né luogo di nascita». Esso «non è mai stato una religione unitaria, ma una combinazione costante di insegnamenti fondati su rivelazioni originarie diverse». Prese forma gradualmente, durante un lungo cammino, integrando diverse correnti. Il daoismo scaturisce infatti da un movimento di pensiero nato dalla combinazione del patrimonio concettuale comune cinese (ovvero il Qi, lo Yin e lo Yang, i cinque elementi), lo sciamanesimo o magia wu, basato per lo più su danze frenetiche e stati estatici (praticato principalmente da donne). le opere spirituali di Laozi e di Zhuāngzǐ a questi si sono aggiunti nel tempo alcuni concetti confuciani.(dal II secolo d.C. circa con il Neotaoismo) e buddisti (a cominciare circa dal 370 d.C.). Concetto centrale del Daoismo è ovviamente il Dao, ovvero la base metafisica dell'ordine naturale. Se il Dio del daoismo può essere concepito come una sorta di "Principio ordinatore unico ed immanente del mondo", non troppo dissimile dall'Armonia di Pitagora, il Logos di Eraclito, lo Shinto giapponese, il Dharma del buddismo, è però fondamentale riconoscere che si tratta di un principio acosmico[senza fonte] che manca di creazione e finalità, esso non realizza nulla fuorché la sua implicità. Se ne deve rimarcare anche la specificazione non troppo dissimile, in quanto essa rifiuta la reificazione e la definizione (vedi anche l'incipit di questa voce). Non tollerare la reificazione, significa intendere l'attività pratica e la "crescita personale", superiori all'intellettualizzazione ed alla concettualizzazione filosofica. Si può quindi, essere daoisti senza avere necessariamente una definizione ed esplicazione di cosa sia il dao. Esso rifiuta quindi l'idea che una via non sia percorribile senza una concettualizzazione coerente. Per il mondo cinese un Dio creatore sopramondano, di carattere personale è inconcepibile. Ne consegue che nella cultura cinese non esiste un'ascesi orientata sulla antitesi tra Dio e creatura. La nostra metafisica (cristiana) per un cinese è quindi globalmente incomprensibile. Il concetto di causalità è assente nel pensiero originario cinese; da questo ne segue l'assenza di una idea di Dio come primum movens. Ovviamente l'entrata in Cina del Buddhismo (verso il I secolo d.C.) ha modificato di non poco questo atteggiamento tipico (si pensi infatti all'idea di Karma).[senza fonte] Anche l'dea di libertà personale non è stata elaborata dal punto di vista concettuale; essi hanno però elaborato la disponibilità. Ad esemplio lo I Ching deve essere utilizzato non per il singolo, ma per il bene comune: il mio Bene può essere messo da parte se fa il Bene di tutto. Il daoismo (in particolare quello dei due principali maestri) tende a non dare chiari codici comportamentali, (a differenza ad esempio del confucianesimo) ritenendo che la spontaneità sia la miglior guida. Tuttavia se «vivere il taoismo significa accettare il caos [...], non legittima la licenziosità, l'arroganza, la violenza, la sopraffazione, uno stato di natura per cui "tutto va bene"». Esso quindi esalta la spontaneità, sostenendo che tutto avvenga spontaneamente; crede che esista un «meccanismo di autoregolazione che può manifestarsi soltanto se non gli si fa violenza»[29]. Qui il daoismo denuncia la sua provenienza dalla classe contadina (per cui l'agricoltura, nonostante la cura, obbedisce ad orologi interni ed esterni, atmosferici, e per cui il vero motore è la natura). Se condanna i desideri (fenomeno tipico anche del buddhismo), i daoisti auspicano una condizione in cui si desidera non avere più desideri, a differenza dei buddisti che rifiutano apertamente la brama che vincola alla vita. Non a caso focalizza ed enfatizza l'azione che nasce dalla non azione: wei-wu-wei (azione senza azione). Il daoismo ha una forte tensione sincretica, nel tentativo di integrare tutta una serie di insegnamenti differenti (dall'iniziale sciamanesimo, al Buddhismo Chán...), ma allo stesso tempo ne esalta la autosufficienza sottolineando la distinzione dalle altre vie. Un tempio daoista del Monte Longhu, in Jiangxi Spesso il daoismo viene scolasticamente suddiviso in daoismo filosofico (cinese: 道家; Wade-Giles: tao-chia; pinyin: dàojiā) o "scuola" daoista e daoismo religioso (cinese: 道敎; Wade-Giles: tao-chiao; pinyin: dàojiào) o "religione" daoista o anche, rispettivamente, daoismo contemplativo e daoismo interessato. Questa divisione, oramai rifiutata da molti sinologi è fondamentalmente minata all'interno. alcuni autori distinguono anche, all'interno del Daoismo. Tale suddivisione quindi, ancora presente in alcuni scritti e comunque riscontrabile spesso in occidente, è indubbiamente artificiosa ed erronea. Per la Robinet, nascerebbe da una intrinseca difficoltà occidentale all'esperienza mistica, e sarebbe stata per lo più creata, da persone che non avevano studiato i testi del cosiddetto "taoismo religioso". Il termine "dao" significava originariamente «la via» e, per traslato, Daojia indicherebbe «il sentiero che uno dovrebbe percorrere e che viene insegnato»: il fuoco è posto sul contenuto. Gli interpreti moderni fanno iniziare il Daojia con il Daodejing e lo Zhuangzi (anche se è utile segnalare che probabilmente i due autori mai si influenzarono a vicenda). Quindi il Daoja identificato principalmente nei testi dei primi maestri (LaoZi e ZhuangZi) avrebbe il significato di «via ultima, ovvero via che sublima tutti i differenti e multiformi percorsi umani esistenti». Cio su cui si punta l'attenzione è il contenuto sapienziale. Lo Zhuangzi, gli scritti di alcuni dei principali filosofi degli Stati Combattenti come Shen Dao, Yang Zhu, Heguan Zi, il Neiye (Inner Training) e Xinshu (Arts of the Heart) alcuni capitoli del Guanzi, il Daoyuan, il rotolo dei manoscritti Mawangdui, il Huaillan Zi. Ancora la Robinet considera relati al daoijao lo Xuanxue (Metafisica dell'arcano) ed il Liezi, pur esprimendo opinioni oscillanti sull'appartenenza della metafisica dell'Arcano nel daoismo; pone pure nella stessa corrente il Qingjingjing, il Xishengjing, il Yinfu Jing, i testi del Neiguan, lo Zuowang ed il Chongxuan Il Daojia consisterebbe nelle speculazioni che accompagnano o coronano questa ascesi, esito quindi dell'ascesi stessa, al contrario con il termine "daojiao", sempre per Robinet, connesso con il sacro, gli dei, gli spiriti, sarebbe da intendersi «l'insegnamento della via», l'ottenimento di una trascendenza personale, «l'ascesi, l'addestramento, la procedura». Non a caso la sinologa francese sostiene che gli aspetti contemplativi, intenzionali o di applicazione politica sono presenti in entrambe le "dimensioni". Se per certi uomini, gli imperatori in particolare, l'aspetto importante della religione era prolungare la vita e migliorare le proprie condizioni di salute, originariamente le tecniche furono indubbiamente destinate all'estasi ed all'esperienza mistica. Storia dell'utilizzo del termine Daojiao Il termine Daojiao nella pratica, ha avuto svariate sfaccettature di utilizzo. Usato in modo estremamente indeterminato, nella prima fase preimperiale (ovvero fino al 221 a. C.) solo nel V secolo si iniziò ad utilizzare nel senso con cui noi lo intendiamo oggi. Fino ad allora i vari gruppi "religiosi" rimasero in qualche modo disuniti, connessi tra di loro solo per un opporsi ai vari culti locali ma, da tale data in avanti, si tentò di fornirgli una unità, sul modello del buddismo (da cui in modo esplicito cercavano di diversificarsi ed opporsi) e tutto questo si estrinsecò nella formazione di una letteratura canonica, la codificazione di rituali e norme sacerdotali. Con questa fase di omogeinizzazione si ha la creazione di una vera e propria religione, tramite la codificazione di rituali, lo stabilirsi di una letteratura canonica esplicita e quindi verificabile, la fondazione di monasteri daoisti sul tipo di quelli buddisti, e quindi rappresenta la fondazione di una vera propria religione, non solo l'assemblaggio di elementi tra loro. La reazione dei buddisti fu inevitabile, da una parte tentarono di "mettere in cattiva luce il daoismo agganciandosi anche alla soteriologia "terrena" dello stesso; il daoismo, d'altra parte, era ben più in accordo alla simbologia imperiale cinese di quanto lo fosse la religione dharmica. Secondo Arena la divisione nei due corsi sarebbe, a suo parere, avvenuto durante il periodo Wei e Jin (quindi all'incirca tra le prime metà del III e la prima metà del V secolo d.C.), in corrispondenza con il Neotaoismo, che rifiutava completamente le arti magiche e la religione popolare. In questa visione assume importanza il concetto di Lignaggio: esso rappresenterebbe il punto di unione tra il divino e gli esseri umani attuali: ciò avverrebbe tramite una sorta di depersonalizzazione degli antenati, atti a supportare una certa idea di società. Questo lignaggio ha una dimensione antropomorfica, traducendosi in antenati , santi, identità mitiche. Cinque precetti Nel Taoismo, i Cinque Precetti (cinese: 五戒; pinyin: Wǔ Jiè; Jyutping: Ng5 Gaai3) costituiscono il codice etico di base intrapreso principalmente dai praticanti laici. Per monaci e monache ci sono precetti più avanzati e più severi. I Cinque Precetti sono quasi gli stessi dei Cinque Precetti del Buddismo; tuttavia, ci sono piccole differenze per adattarsi alla società cinese. Secondo il daozang di Zhengtong i cinque precetti di base sono: Non uccidere. Non rubare. Nessuna cattiva condotta sessuale. Non dire falsa testimonianza. Non assumere sostanze intossicanti. Le brevi definizioni sono state estratte dal alcuni passi dell'opera: «Laozi disse: "Il precetto contro l'uccisione è: tutti gli esseri viventi, inclusi tutti i tipi di animali, e quelli piccoli come insetti, vermi e così via, sono contenitori dell'energia increata, quindi non si dovrebbe uccidere nessuno di loro".» «Laozi disse: "Il precetto contro il furto è: non si deve prendere nulla che non si possiede e che non gli sia dato, che appartenga a qualcuno o no".» «Laozi ha detto: "Il precetto contro la cattiva condotta sessuale è: se si verifica una condotta sessuale, ma non è con il coniuge sposato, è una cattiva condotta sessuale. Per quanto riguarda un monaco o una monaca, lui o lei non dovrebbero mai sposarsi o praticare rapporti sessuali con chiunque."» «Laozi ha detto: "Il precetto contro il falso discorso è: se uno non è stato testimone di ciò che è accaduto ma ha detto qualcosa agli altri, o se uno mente sapendo che è una bugia, questo costituisce Falso discorso".» «Laozi disse: "Il precetto contro l'assunzione di sostanze intossicanti è: non si dovrebbe prendere alcuna bevanda alcolica, a meno che non debba prenderne per curare la propria malattia, per intrattenere gli ospiti con una festa o per condurre cerimonie religiose".» «Laozi aveva detto: "Questi cinque precetti sono i fondamenti per mantenere il proprio corpo in purezza, e sono le radici del sostegno dei santi insegnamenti. Per quegli uomini virtuosi e le donne virtuose che godono degli insegnamenti virtuosi, se possono accettare e mantenere questi precetti, e non violano mai nessuno di essi fino alla fine della loro vita, sono riconosciuti come quelli con pura fede, otterranno la Via del Tao, otterranno i santi principi e raggiungeranno per sempre il Tao, la Realtà."» Dottrina Questa sezione è basata principalmente sulle dottrine di Laozi, di Zhuāngzǐ e di Liezi. «Il Dao che può essere detto non è l'eterno Dao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome...» Non che cosa è, ma che significato ha per me, ora «Tutto il nostro ragionamento si basa sulla legge di causa ed effetto, che opera come una successione. Qualcosa accade ora, perché qualcos'altro è accaduto allora. Ma i cinesi non ragionano tanto secondo questa linea orizzontale, che va dal passato al futuro, attraverso il presente: ragionano verticalmente, da ciò che è in un posto ora a ciò che è in un altro posto ora. In altre parole non si chiedono perché, o per quali cause passate, un certo ordine di cosa avvenga ora; si chiedono: -Qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento?- La parola Tao è la risposta a questa domanda.» (Alan Watts, Il significato della felicità) Quindi un cinese non ragiona seguendo una ideale linea orizzontale di causa effetto ma, piuttosto, seguendo una linea verticale, cercando di connettere tra loro cose che sono in un posto ora ed in un altro posto ora. La domanda che si pongono è: "qual è il significato delle cose che avvengono insieme in questo momento? Ragionano quindi secondo un concetto che potrebbe essere chiamato sincronicità. Il buddismo, importato dall'India promuove (come il Daoismo) l'armonia con la natura ma, il suo punto focale è l'eradicazione della sofferenza nell'uomo, attraverso la meditazione e l'illuminazione La relativa vicinanza di temi rispetto al buddhismo — pur nella sostanziale differenza di prospettive — ha fatto sì che si creassero diverse forme di sincretismo fra le due fedi, con condivisione e scambio di elementi religiosi e divinità. Il che è avvenuto soprattutto sotto le dinastie Sui e Tang. Il contatto del buddismo con la tradizione daoista ha portato alla scuola del buddhismo Zen, diffusa soprattutto in Giappone. Rapporti con il confucianesimo «Il confucianesimo dunque, rappresenta il lato pratico, sobrio, sociale della vita e del carattere del popolo cinese, bilanciato, in questo senso, dal taoismo, che rappresenta l'aspetto metafisico, artistico, allegro.» Pur promuovendo una vita in armonia con la natura, l'intento del Confucianesimo è di ordine, morale e politico. I rapporti con il confucianesimo sono molto complessi. Le due correnti di pensiero infatti scaturiscono da premesse molto differenti: il confucianesimo dà rilevanza all'aspetto politico e sociale dell'uomo il daoismo invero pone l'attenzione al lato individuale, esistenziale, ed alla relazione degli esseri con la Natura. Ma la questione diviene via via più complessa se possiamo leggere una netta avversione per Kǒngzǐ (più noto come Confucio) e la sua corrente, in Zhuāngzǐ e Liezi ed al contrario, trovarlo descritto come esempio massimo di maestro, in alcuni filosofi neotaoisti (quali Wang Pi e Kuo Hsiang. Marcel Granet segnala come i "taoisti si segnalarono per il disprezzo dei doveri sociali, per la cura della discipline tecniche e per una predilezione per l'ontologia" a differenza degli ortodossi (confuciani) cui "le speculazioni sulle cose interessavano poco, e solo uno sforzo di cultura permetteva di praticare sinceramente il conformismo indispensabile alla vita sociale" Anche in Kang-Tsang-Tzu, daoista dell'VIII secolo d.C., c'è il tentativo di portare nel daoismo elementi confuciani, ad esempio nell'esercizio della pietà filiale, e nella pratica dei riti e della musica Spesso il confucianesimo ha rimproverato al daoismo un certo grado di egoismo in quanto il daoismo sarebbe distante dall'agire sociale e ricercherebbe per lo più la salvezza individuale Altra grande differenza è il Li (ovvero l'attenzione al rituale) che era uno strumento fondamentale, mentre erano considerati non importanti per i daoisti. D'altra parte il confucianesimo riuscì a liberarsi di tutti i residui orgiastici ed estatici. Altra differenza tra daoismo e confucianesimo riguarda il confronto con l'apparato burocratico dello stato. Per il daoista ideale è uno stato poco burocratico ed ideali erano piccole comunità fondate sul modello contadino, mentre per il confuciano, la burocrazia centralizzata dello stato era preponderante. Ma ancora, mentre per il daoista il sovrano doveva raggiungere l'unione mistica con il Dao per ben governare, per il confuciano al sovrano bastava l'approvazione celeste e la appropriazione di virtù etico sociali. Rapporti con il legismo Tale filosofia era priva di aspetti religiosi e mistici e focalizzava i propri insegnamenti sull'obbedienza alle leggi. Una sintesi tra alcuni elementi delle due dottrine è presente in Kang-Tsang-Tzu. Tratti legisti, oltre che confuciani, emergono in un testo spurio, di chiare fattezze daoiste, che si presenta anche come Commentario al Daodejing, e cioè Wenzi. Rapporti con la religione popolare cinese Sia per un daoista che per un confuciano, la religione popolare, sostanzialmente animistica, aveva ben poco significato. Entrambe le filosofie cercavano un tipo di redenzione, pur con percorsi ben diversi, ed entrambe le correnti erano convinte che un governo ideale servisse molto più che le pratiche religiose a tenere a debita distanza i "demoni". Come scritto in precedenza, il daoismo è più una pratica, piuttosto che una credenza. È una pratica di caste sacerdotali gelose del loro insegnamento e della loro elitarietà. Ancora importante è il legame con il potere centrale presso la corte dell'imperatore. Ma qui i metodi dei maestri daosti potevano cambiare da persona a persona e da scuola a scuola: "essi vanno da una gestione saggia del ruolo di consigliere dell'imperatore, al non intervento basato sul fatto che l'ordine si instaura naturalmente se gli uomini non interferiscono, od ancora alle grandi cerimonie propiziatorie." Altri daoisti si rifiutarono di recarsi a corte alla chiamata dell'imperatore. Altri, come i famosi sette saggi del bosco di bambù 竹林七賢 si ritirarono ad una vita ai margini, per lo più ubriachi. Questa propensione anarchica naturale nel daoismo, insieme ai legami con larghi strati popolari, ha fatto sì che parecchie ribellioni contro i poteri fossero guidati da daoisti (vedi ad esempio quella delle "Cinque misure di riso", quella di Sue En nel 399 d.C. e di Zhong Xiang nel XII secolo, oppure la rivolta dei Boxer nel XX secolo). Approssimativamente si può sostenere che la religione cinese abbia un punto cardine: l'assenza di interessi puramente individuali; esprimendosi poi in due filoni principali un culto di stato ufficiale che persegue gli interessi della comunità, ed in cui sono presenti spiriti della natura fortemente spersonalizzati svuotati di tutti i fattori emozionali, accompagnato dall'orgogliosa rinuncia all'aldilà. Una religione popolare costituita dal culto degli antenati al servizio del gruppo familiare stesso[ e con la comparsa di divinità di funzione (che presiedevano quindi alle varie attività umane); Statua in pietra di Laozi Secondo Weber il culto ufficiale (fortemente impersonale) era fondamentalmente incomprensibile per la grande massa di contadini che, di conseguenza, si rivolsero alle suddette divinità di funzione, ignorate invece dal potere centrale. Non solo, ma la "intellighenzia" considerava eterodossa la cosiddetta religione popolare (con esclusione del buddismo) che aveva una considerazione a parte, manifestando invero un certo imbarazzo nei suoi confronti pur sospendendo qualsiasi giudizio su questo genere di approccio (in modo non dissimile a quanto accadeva nella Grecia classica tra filosofia e religione). Tipicamente cinese è anche il sentimento per cui il mondo della natura e la società umana, siano strettamente legati e solidali. Questo sentimento, secondo Marcel Granet, per lo più solo emotivo all'inizio, diventò, col tempo, fortemente dogmatico. Fin dall'epoca feudale (all'incirca il IX secolo a.C.) ed andando via via un poco attenuandosi, si evidenzierà una grande scissione tra la vita dei contadini e quella dei cittadini. Già sopra abbiamo menzionato come il potere centrale si disinteresserà delle divinità di funzione, preferite invero dal mondo contadino. Indubbiamente questa scissione teorica tra daoismo "istituzionalizzato" e religione popolare è rigida e scolastica. Testo tratto da Appunti, Web Site, Libri, Memoriali storici Wykipedia is a free online encyclopedia Integrazione a cura del M° Michele Zannolfi Redazione Istruttori Moretti & Tagliaferri 私たちはすでに言われた言葉であり、行動はすでに行われています Watashitachi wa sudeni iwa reta kotobadeari, kōdō wa sudeni okonawa rete imasu Noi siamo le parole già dette, le azioni già compiute