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CHE COSA SCATTA NELLA MENTE DI CHI SI UCCIDE PER UCCIDERE? |
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AL MACELLO PER ODINO Elmo vichingo. Questo popolo aveva un gruppo di guerrieri suicidi, i "Berserker" votati alla morte in battaglia in onore di Odino, |
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[...] utilizzò la forza per abbattere i pilastri del tempio [...]
[...] I 300 spartani che morirono alle Termopoli (in una tela di Jacques Luis David) si "suicidarono"; ritirata e prigionia non erano previste nel loro codice d'onore [...]
[...] Pietro Micca salvò Torino dall'assedio francese facendo saltare con una mina la galleria d'accesso alla cittadella e morendo egli stesso sotto il crollo [...]
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[...] Ai kamikaze giapponesi si diceva che le loro anime avrebbero trovato posto nel tempio sacro di Yasukuni. [...]
* Il termine deriva esattamente dal nome del tifone che nel 1281 distrusse la flotta mongola che tentava l'invasione del Giappone. Nella battaglia di Iwo Jima, seconda guerra mondiale, combattuta sul fronte del Pacifico nel febbraio-marzo del 1945 per il controllo dell'isola di Iwo Jima, importante base strategica che avrebbe fornito alle forze aeree statunitensi un punto d'appoggio da cui attaccare il cuore del Giappone industriale. Prima dell'invasione, avvenuta il 19 febbraio, l'isola fu sottoposta a tre mesi di bombardamenti continui. Il 23 febbraio i Marines occuparono il monte Suribachi, il più alto dell'isola, postazione difensiva strategicamente fondamentale. L'operazione si concluse il 16 marzo, dopo un mese di combattimenti accaniti in cui persero la vita più di 6000 Marines statunitensi e circa 20.000 soldati giapponesi. Nota a cura di Vittorio Di Giuro
è però nelle tradizioni di violenza sacrificale nel Medio Oriente che possiamo rinvenire le origini di alcune caratteristiche presenti anche negli ultimi episodi di suicidio dei fondamentalisti islamici. «è una tradizione che precede la nascita dell'Islam» dice lo studioso inglese di questioni medio-orientali James Buckan. «Ha quattro caratteristiche: il rifiuto totale del mondo, il disprezzo per la propria vita, una convinzione onnipotente d'essere dei prescelti divini e una vistosa adorazione per la spettacolarità». Questa tradizione raggiunse un picco nel Medioevo, con la setta estremista e terrorista musulmana degli Assassini (in arabo significa "dediti all'hashish"). Gli adepti obbedivano ciecamente al capo politico-religioso, detto il Vecchio della Montagna. In cambio della promessa di partecipare alle delizie dei giardini di Allah, questi killer, inebriati anche da droghe, partivano per spedizioni suicide.
Ma che cosa succede nella mente di chi fa una scelta tanto folle come quella di distruggere la propria vita e quella di decine, centinaia se non addirittura, come nel caso degli attentati dell'11 settembre a News York e Washington, migliaia di persone innocenti? «Non si tratta d'individui mentalmente anormali, non sono psicopatici o psicotici, né è stato fatto loro il lavaggio del cervello» dice lo psicologo inglese Andrew Silke dell'Università del Leicester, esperto nella psicologia degli attacchi suicidi. «Sia i kamikaze giapponesi sia i fanatici islamici contemporanei» continua Silke « nutrono un odio per gli U.S.A., una superpotenza mondiale che, ai loro occhi, minaccia le loro radici, la loro cultura e la loro religione. Ad entrambi era ed è promesso il martirio e benefici tangibili nell'aldilà. Ai kamikaze giapponesi si diceva che le loro anime avrebbero trovato posto nel tempio sacro di Yasukuni. Ai volontari islamici, oggi, si racconta che si risveglieranno in paradiso, circondati da 72 vergini disposte a soddisfare ogni loro desiderio». Solo un mese prima dell'attacco agli U.S.A. la Bbc riferiva che la Jihad islamica aveva aperto una "scuola estiva" per martiri, dove s'insegna a ragazzi tra i 12 e i 15 anni non solo che è bene uccidere, ma anche che è bene morire. «Insegniamo che le bombe suicide sono la sola cosa che veramente spaventa gli israeliani. Inoltre spieghiamo che abbiamo diritto di fare questo e che dopo l'attacco suicida il martire che l'ha compiuto va al più alto livello del paradiso» diceva uno dei "maestri". |
![]() [...] Insegniamo che le bombe suicide sono la sola cosa che veramente spaventa gli israeliani. Inoltre spieghiamo che abbiamo diritto di fare questo [...]
Anche persone pacifiche sono arrivate a sacrificare se stesse per disperazione. Ma il loro gesto era di tutt'altro genere: volevano sì sollevare un problema, segnalare un'ingiustizia, ma a differenza dei kamikaze, non miravano a distruggere bersagli militar né, a differenza dei terroristi, ad uccidere innocenti: nel 1963 per contestare le repressioni antibuddiste del governo vietnamita, alcuni bonzi buddisti decisero di attirare l'attenzione mondiale con un gesto tragico. Poiché non potevano dimostrare violentemente, in quanto la regola religiosa lo proibisce, si diedero fuoco. E nel 1969, a Praga, lo studente Jan Palach, sull'esempio dei bonzi, si cosparse di benzina e si diede fuoco per protestare contro l'occupazione sovietica.
1. IN NOME DI UNA SOPRAVVIVENZA SUPERIORE è il caso dei kamikaze giapponesi ma anche quello espresso dal fanatismo islamico: il guerriero è disposto a morire per garantire la sopravvivenza alla sua nazione o alla sua fede religiosa: un valore considerato " più alto" della vita. Spesso c'è anche la promessa di una ricompensa divina in una vita futura. 2. IN NOME DI UNA AUTORITA' SUPERIORE Il suicida è plagiato da una figura carismatica (per esempio il Vecchio della Montagna): viene convinto che l'obbedienza agli ordini è un valore superiore alla vita stessa. Con lo stesso meccanismo psicologico si possono spiegare anche alcune atrocità compiute dalle forze armate di regimi didattoriali. Spesso, per tacitare l'istinto di sopravvivenza, chi "obbedisce" fa ricorso a droghe. 3. IN NOME DI UN PRINCIPIO MORALE SUPERIORE è il caso dei samurai che si suicidano per difendere l'onore, o di chi si da fuoco per protestare contro l'autorità. Ma anche quello dei guerrieri, come i " dog soldiers", che si votano al combattimento estremo: non necessariamente vogliono morire, ma sono disposti a farlo. è un atteggiamento che si può sviluppare solo in presenza di un rigido codice morale. M.G.
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